Il taccuino mundial del Corriere / Tale padre tale figlio? Anche i proverbi a volte prendono una bella cantonata
TORONTO – Se il talento è innato, allora è inevitabile che una minima parte ne venga trasmessa da generazione a generazione. Il “tale padre tale figlio”, proverbio che nell’antica saggezza popolare legava le caratteristiche e i tratti comuni di una persona con quella del genitore, a livello calcistico molto spesso si annacqua, e a volte diventa una vera e propria frase senza senso.
Eppure le statistiche ci dicono che sono addirittura 32 le dinastie calcistiche che hanno visto il passaggio di staffetta tra padre e figlio sul maggiore palcoscenico pallonaro, quella della Coppa del Mondo.
Possiamo immaginare l’orgoglio dell’uruguaiano Luis Perez, campione del mondo nel lontano 1930, quando vide il figlio Mario in campo ai Mondiali del 1950: non era mai successo prima.
Da allora, il fenomeno si è ripetuto con una certa frequenza. I Vantolrà furono i primi a giocare per due nazionali diverse, papà Martí nel 1934 con la Spagna e il figlio José Vantolrà con quella del Messico nel 1970. Lo svedese Roy Andersson, che giocò i Mondiali del 1978, ebbe addirittura la soddisfazione di vedere due figli – Patrick e Daniel – in due diverse Coppe del Mondo. Per l’Italia, ovviamente, la famiglia d’Oro è stata quella dei Maldini, con papa Cesare presente nella sfortunata spedizione cilena del 1962 e il figlio Paolo ai Mondiali del 1990, 1994, 1998 e 2002.
La lista è lunga, e coinvolge 32 famiglie, alcune legate anche al calcio italiano. L’ex juventino Paolo Montero giocò i Mondiali del 2002 dopo che il padre Julio aveva guidato l’Uruguay nel 1970 e nel 1974. Stesso discorso per i Djorkaeff (papa Jean nel 1966, l’interista Youri nel 1998 e nel 2002) i Kluivert (il milanista Patrick nel 1998 e il figlio Justin nel 2026) e per il brasiliano del Lecce Mazinho, campione del Mondo nel 1994, che vide il figlio Thiago Alcantara scendere in campo con la Spagna nel 2018.
E che dire delle tante stelle di questi Mondiali 2026 che ripercorrono le orme dei padri? Il francese Marcus Thuram vuole rendere orgoglioso papa Liliam, lo juventino Francisco Conceicao spera di ripetere le gesta di papà Sergio, la superstar norvegese Erling Haaland ha già ampiamente superato il padre Alf-Inge (che curiosamente partecipò a un solo Mondiale, nel 1994, proprio sul suolo americano come il figlio). Giuliano Simeone è figlio d’arte del Cholo, Diego Pablo, Alexander Sørloth raccoglie l’eredità di papà Gøran, mentre la stellina del Como Nico Paz (che ha giocato una manciata di minuti contro l’Algeria) ha timbrato lo stesso cartellino del padre Pablo, titolarissimo della nazionale Albiceleste nei Mondiali del 1998.
Poi abbiamo la famiglia Zidane. E qui siamo costretti a tornare ai proverbi popolari di cui parlavamo prima. Che a volte, prendono propri una bella cantonata. Non occorre nemmeno ricordare chi sia stato Zinedine, uno dei più forti giocatori di tutti i tempi campione del mondo con la Francia nel 1998.
Occorre invece parlare del figlio Luca, di professione portiere, una carriera spesa nella seconda divisione spagnola in club di secondaria importanza. Luca che a differenza del padre, ha deciso di optare per la cittadinanza algerina perché non avrebbe avuto alcuna chance di arrivare nella nazionale maggiore francese.
E fin qui va tutto bene. Nelle otto presenze accumulate prima dei Mondiali, ha mantenuto la porta inviolata. Poi è arrivata la doccia fredda della partita contro l’Argentina, dove Luca Zidane ha letteralmente regalato a Messi due dei tre gol subiti, con due interventi goffi, due errori pacchiani che hanno spalancato la vittoria all’Argentina campione in carica. E dire che un giocatore del calibro di Messi non ne avrebbe avuto nemmeno bisogno…
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