Cultura

Il documentario su Regeni provoca controversia

TORONTO – Pochi giorni fa, il comitato di selezione dei film del Ministero della Cultura in Italia, un gruppo di esperti che approva le domande di sovvenzione pubblica, ha visto dimettersi un terzo membro. Il comitato, composto da quindici membri, è sotto intenso controllo questo mese dopo aver negato i finanziamenti retroattivi a un documentario intitolato Tutto il male del mondo, di Simone Manetti.

Tre membri del comitato, Paolo Mereghetti (critico cinematografico), Massimo Galimberti (editor di scena) e più recentemente Ginella Vocca (fondatrice del MedFilm Festival), si sono dimessi in segno di protesta contro la decisione. I critici di sinistra vedono il rifiuto dei fondi da parte della commissione di selezione come una mossa mirata contro un tema politico delicato. Ma il comitato insiste che i richiedenti finanziamenti vengano giudicati esclusivamente su quanto promuovano l’eredità, la lingua o il territorio italiano.

Tutto il male del mondo racconta la storia di Giulio Regeni, uno studente di dottorato all’Università di Cambridge che aveva studiato i sindacati indipendenti egiziani. Durante il soggiorno al Cairo, le interviste di Regeni con i sindacati dei venditori ambulanti lo hanno inserito nella lista di sorveglianza della NSA (Agenzia per la Sicurezza Nazionale) egiziana.

Tragicamente, il giovane italiano è stato trovato morto in un fosso lungo l’autostrada Il Cairo-Alessandria il 3 febbraio 2016, poco più di una settimana dopo la sua scomparsa. Il suo corpo fu trovato con lividi, fratture ossee e ustioni da sigaretta, anche se gli investigatori conclusero che la tortura fu inflitta “a fasi”.

Le forze di sicurezza egiziane sospettavano che lo studente italiano fosse un potenziale spia britannico e un istigatore di mobilitazioni antigovernative. In un paese che paragona i suoi leader sindacali a terroristi e organizzazioni terroristiche, i sindacati indipendenti – sostengono – minaccerebbero ovviamente la stabilità economica del paese tramite scioperi se lasciati senza controllo.

Il documentario aveva infatti concluso la produzione alla fine del 2025 e ha iniziato la sua uscita nelle sale a febbraio di quest’anno. Tra i vari premi ricevuti c’è stato il premio Nastro d’Argento, uno dei più prestigiosi riconoscimenti cinematografici del paese – assegnato dal Sindacato Nazionale Italiano dei Giornalisti Cinematografici.

I produttori del film, Fandango e Ganesh Produzioni, lo hanno realizzato con un budget di 600.000 euro, di cui quasi la metà assicurata durante la fase di sviluppo. Il finanziamento iniziale proveniva da investitori privati. E come di consueto nel cinema indipendente, il finanziamento a lacuna proveniva da prestiti bancari, che venivano sfruttati contro il 40% di credito d’imposta e i fondi di sovvenzione italiani.

Con il credito d’imposta ancora da approvare e la sovvenzione negata, Fandago e Ganesh si ritrovano ora con un prestito bancario che non possono pagare con fondi statali.

La controversia sul documentario è stratificata, poiché non solo solleva interrogativi sulla presunta politicizzazione del settore culturale nazionale, ma mette in luce la fragilità dell’intera infrastruttura dell’industria cinematografica.

Immagini gentilmente fornite da Fandango e Ganesh Produzioni     

Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix

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