Gli Internati Militari Italiani:
i “resistenti invisibili”

di Marzio Pelu del February 17, 2021

FIRENZE - “Il tempo passa senza viverlo”. E se ci si accorge che i giorni passano, è “solo perché si soffre tanto moralmente e fisicamente”.

Sono frasi tratte dal diario di Rosario Serino (1913-2002), un Internato Militare Italiano: uno dei tanti “resistenti invisibili”, quei soldati che dopo l’8 settembre 1943 si rifiutarono di collaborare con i nazisti e furono deportati nei campi di prigionia, dove restarono fino al 1945. Due anni trascorsi fra atroci sofferenze e continue umiliazioni che Rosario, che all’epoca era un ufficiale dell’Esercito Italiano, decise di raccontare in un diario del quale nessuno, fino alla sua morte avvenuta nel 2002, sapeva nulla. Nemmeno i familiari, che hanno trovato quelle pagine ingiallite dal tempo in un baule, poco dopo la scomparsa di Rosario.

“Non parlava mai di quel periodo, è sempre stato un uomo di poche parole: ho sentito più discorsi suoi in questo diario, che non in vita” racconta il nipote Eugenio Serino al quale si deve la recente pubblicazione di quello che è destinato a diventare uno dei più interessanti documenti di quei tragici anni: “Il Diario del Tenente Rosario Serino - Memorie della prigionia 1943-1945” (Musicaos Editore). Un volume che raccoglie, oltre al diario del nonno, anche alcuni documenti originali e fotografie. Tutti materiali inediti, preziosissimi per ricostruire una storia forse mai abbastanza raccontata come quella degli Internati Militari Italiani.

“Nelle memorie – spiega Eugenio, che come il nonno è originario di Parabita (Lecce) ma vive a Firenze con la famiglia – viene narrato il duro viaggio dalla Yugoslavia (dove il tenente Serino era di stanza fino all’8 settembre 1943, ndr) nei vagoni blindati e la prigionia, durante la quale molteplici sono gli episodi di dolore, privazione, amicizia, coraggio fino alla liberazione, nell’Aprile 1945, da parte delle truppe inglesi. Nel diario i fatti vengono descritti in maniera dettagliata e le frasi dipingono bene l’atmosfera, le azioni, i sentimenti, i gesti ed è per questo che questo libro potrebbe essere una sceneggiatura per un film sulla prigionia di mio nonno”.

La fame, il freddo, le malattie, i maltrattamenti (per usare un eufemismo): “Siamo prigionieri o bestie?” scrive Rosario nel diario, descrivendo le condizioni disperate nelle quali sono costretti a vivere i soldati italiani che si rifiutavano di collaborare con i tedeschi.

“Gli Internati non furono semplici prigionieri, ma militari che con la loro “resistenza” fisica e psichica non aderirono e continuarono a non aderire al lavoro che era stato loro imposto dai militari tedeschi; uomini che ostinatamente e irriducibilmente rifiutarono di collaborare in qualsiasi modo con le truppe naziste e preferirono rimanere negli stenti della prigionia per manifestare il loro ’no’, persone, che un volta rientrate in Patria, provarono a ricostruire l’Italia e la società che erano state immerse nel rogo della Seconda Guerra Mondiale e della guerra civile”, spiega Eugenio.

Rosario fu fortunato, perché ebbe la possibilità di provare a ricostruirla, l’Italia. Presso il solo campo di Wietzendorf (tra Amburgo e Brema: uno dei tre nei quali Rosario fu internato, gli altri due erano a Vienna e Varsavia), esiste un cimitero nel quale sono sepolti tra i 16mila e i 30mila uomini, “cifra non precisabile – come si legge in un documento allegato al diario - perché alcune fosse comuni sono senza indicazioni”. Dei quasi 600mila soldati italiani finiti nelle mani dei tedeschi, dunque, molti non ce la fecero a superare le angherie alle quali erano sottoposti ogni giorno. Rosario, invece, sì. E tornò a casa il 28 Agosto 1945.

“Una volta in Italia, fu maestro di scuola e successivamente segretario presso la scuola elementare ’G. Oberdan’ di Parabita”, racconta il nipote Eugenio. Una vita dedicata a trasmettere valori positivi alle nuove generazioni, dopo tanta sofferenza. Quei valori che anche oggi, grazie alla pubblicazione curata dal nipote Eugenio, vengono trasmessi ai giovanissimi alunni delle scuole elementari nelle quali il libro viene presentato.

Sedici anni dopo la sua morte, il 29 Gennaio 2018 la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha concesso a Rosario Serino la Medaglia d’Onore alla Memoria. Una Memoria da custodire con cura e da tramandare, per non dimenticare quell’orrore. Un orrore tale da indurre Rosario a scrivere sul suo diario, in uno di quei giorni, al culmine della disperazione: “Ogni sorte che ci aspetta, sembrerà bella”.

Nelle foto sotto, in senso orario: il maestro Rosario Serino con una delle sue classi elementari (anno scolastico 1954-55); la consegna della medaglia al nipote Eugenio, presente alla cerimonia con la figlia Matilde (anno 2018); i disegni di Matilde da Firenze (classe III elementare) e Giacomo da Martano, Lecce (classe IV elementare)


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