Il taccuino mundial del Corriere / Vigilia Mondiale, per ora vince la polemica
TORONTO – È scattato il conto alla rovescia per questa benedetta Coppa del Mondo, maledetta per i tifosi della Nazionale Azzurra che rimane a casa per la terza volta consecutiva. Un Mondiale, quello griffato Gianni Infantino, che allontana ancora di più l’universo calcio dalla nostra normale percezione di evento sportivo per avvicinarlo al concetto più hollywoodiano di Entertainment, Intrattenimento, lontano anni luce dall’idea romantica e un po’ passé del calcio che fu, quello dei veri fuoriclasse, quello della rabbia e della fatica, dell’innovazione tattica e della diversità delle varie scuole calcistiche.
Tutto questo non esiste più, dobbiamo ormai mettercelo in testa. I numeri fanno spavento, per i puristi: 48 squadre – la maggior parte di livello infimo – 104 partite, in programma in tre Paesi con tre diversi fusi orari. A dare una rapida letta della composizione dei 12 gironi, si capisce come nella prima fase assisteremo a moltissime partite dal risultato tennistico, per la gioia di chi il calcio lo segue solo saltuariamente ogni quattro anni. E saranno davvero poche le partite perfette – per dirla alla Gianni Brera – quelle che finiranno 0-0, per la mancanza di errori da una parte o dall’altra.
Qui a Toronto, in pochi mesi siamo passati dall’entusiasmo di poter vedere dal vivo gli Azzurri alla delusione per una lista di partite meno appetibili di un torneo estivo di scopone scientifico a squadre: si passa dalla gara d’esordio Canada-Bosnia a Ghana-Panama, passando per altri match “imperdibili” come Senegal-Iraq e Croazia-Panama. Ad alzare un minimo il livello ci penserà solo Germania-Costa D’Avorio.
Insomma, ci hanno lasciato le briciole, come è giusto che sia.
E imperversa la bufera sul caro biglietti, con il paradosso che a 48 ore dall’inizio della competizione non c’è il sold out. Mai successo, frutto dell’incapacità di Infantino di capire che il calcio è uno sport popolare, e che assistere a una partita non dovrebbe essere un privilegio destinato a pochi fortunati.
Per ora, a due giorni dall’inizio della kermesse in Canada, Usa e Messico, a prendersi le prime pagine dei giornali non è tanto il dato sportivo o la febbre dei tifosi che sale, ma il trattamento assurdo riservato dagli Stati Uniti a calciatori, membri dello staff delle nazioni e arbitri alla dogana. La foto di un fuoriclasse come Kevin De Bruyne che viene sottoposto al controllo della suola della scarpe indigna, come i nazionali dell’Uzbekistan guidato da Fabio Cannavaro che hanno dovuto subire in silenzio il controllo effettuato con i cani antidroga.
Non ci sono parole per descrivere quanto successo al più famoso e rispettato arbitro africano, il somalo Omar Artan, che dopo un interrogatorio di 11 ore è stato espulso, con il silenzio complice del presidente della Fifa Infantino che in modo codardo ha preferito evitare l’incidente diplomatico.
E che dire dell’attaccante iracheno Aymen Hussen, chiuso in uno sgabuzzino e torchiato per sette ore. Alla Nazionale iraniana è stato concesso il visto solo poche ore prima della partenza, mentre i tifosi iraniani hanno dovuto rinunciare ai biglietti comprati in precedenza.
Insomma, cose mai viste, la normalità nell’America trumpiana che speriamo presto diventi solo un brutto ricordo da buttare nella pattumiera della storia.

