Il realismo grezzo di Tommaso Usberti a Venezia
TORONTO – Un annuncio alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia ha recentemente posizionato Prima della guerra come un punto di discussione intrigante per gli spettatori. Essendo l’unico film italiano nella principale competizione di esordio per lungometraggi, il regista Tommaso Usberti invita a suscitare la curiosità su come affronterà il suo focus tematico. Le prime chiacchiere intorno all’uscita della programmazione introducono una domanda interessante: il film si abbasserà nelle trappole familiari e prevedibili del “cinema woke” ideologico, oppure offrirà una tragedia umana più sfumata e profondamente sentita.
Il film ruota attorno a Guido, un uomo di 23 anni la cui identità è strettamente legata alla violenza casuale, al razzismo e all’intensa misoginia della sua cittadina provinciale del Nord Italia. Quando si innamora di una giovane immigrata kosovare di nome Sonia, la sua rigida visione del mondo inizia a spezzarsi, costringendolo a scegliere tra la sua educazione tossica e un futuro alternativo.
Questa struttura narrativa solleva inevitabilmente domande per una parte della comunità cinematografica stanca dei cliché contemporanei. C’è una naturale curiosità sul fatto che Usberti intenda dipingere la mascolinità tradizionale con un pennello ampio e completamente negativo, o se il film lascerà spazio a riconoscere virtù maschili come protezione, responsabilità e forza.
La delegata generale del festival, Beatrice Fiorentino, ha presentato il film non come una semplice lezione, ma come uno spazio di “possibilità di immaginare altre forme di esistenza e sopravvivenza”, suscitando speranze per una prospettiva multistratificazione. La speranza è che il film possa riecheggiare l’eredità del vecchio cinema italiano, che spesso celebrava uomini tradizionalmente virtuosi e virili.
Le opere classiche di registi come Vittorio De Sica o le prime epiche neorealiste spesso mettevano in mostra protagonisti maschili della classe operaia che, nonostante la povertà schiacciante e le difficoltà sistemiche, mantenevano una profonda dignità, un istinto protettivo feroce per le loro famiglie e un incrollabile senso dell’onore. Film come Ladri di biciclette storicamente si sono appoggiati alla resilienza maschile come pilastro della sopravvivenza comunitaria, piuttosto che come una malattia sociale.
Inoltre, l’attesa che circonda il debutto di Usberti mette in evidenza un’asimmetria più ampia nella sceneggiatura moderna. Sebbene i registi contemporanei spesso dedichino interi progetti a dissezionare i difetti della pressione dei pari maschili, rimane una notevole assenza di film che esplorino il concetto inverso di “femminilità tossica”, come la manipolazione psicologica o l’aggressività relazionale che possono esistere nelle dinamiche sociali femminili.
Resta da vedere se Prima della guerra riuscirà a liberarsi a questa prevedibile formula dei festival o semplicemente si arrenderà ad essa. In assenza di una dichiarazione ufficiale del regista, ci ritroviamo a interpretare le brevi note riassuntive del festival, che descrivono un ritratto inquietante e atmosferico del paesaggio della Valle del Po – rispecchiando le lotte interiori dei personaggi.
In definitiva, senza alcuna riflessione personale da parte di Tommaso Usberti o una proiezione vera e propria a giudicare, decifrare il vero messaggio del film è pura speculazione.
Gli spettatori possono solo guardare e aspettare, restando fiduciosi che la narrazione trascenda le critiche di genere standard e offra qualcosa di veramente sostanzioso.
Immagini per gentile concessione di Eolo Film Productions e MIR Cinematografica
Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix




