Canada

Il caso-Afghanistan
“Abbiamo portato in salvo 2.700 persone”
Ma anche il Canada rispetterà l’ultimatum
La ministra delle Donne, Monsef:
“Talebani, nostri fratelli”

TORONTO – Più di 2.700 persone evacuate con aerei canadesi, oltre 500 nella sola giornata di martedì. E ci si sta affrettando a mettere in salvo altre persone ma il tempo stringe perché anche il Canada dovrà ritirare le proprie truppe entro il 31 agosto, data fissata dai talebani per l’uscita dal Paese di “tutti gli stranieri”. È quanto è emerso dalla conferenza stampa di ieri – la seconda in pochi giorni – dei quattro ministri federali canadesi Marco Mendicino (Immigrazione), Harjit Sajjan (Difesa), Maryam Monsef (Donne) e Marc Garneau (Esteri).

“Ci sarebbe piaciuto rimanere oltre la scadenza, ma come sapete questa decisione è stata presa dagli americani”, ha detto Sajjan. “Cercheremo di evacuare quante più persone fino a quel momento”. Poiché gli americani stanno guidando il ponte aereo di 13 Nazioni che consente agli afghani di volare fuori dall’aeroporto di Kabul, il loro ritiro significherà che tutti gli altri dovranno terminare le loro missioni, secondo Sajjan. “Disegnare una missione richiede molto tempo. Non viene fatto durante la notte e comporta un rischio significativo. Mentre gli americani finalizzano il ritiro per rispettare la scadenza, le Nazioni partner, incluso il Canada, devono ritirare le nostre truppe, risorse e aerei prima degli americani”, ha spiegato il ministro della Difesa.

“Anche se la situazione è difficile, rimaniamo impegnati a evacuare il maggior numero possibile di persone. Nel tempo limitato che ci rimane, questo significa che più canadesi e afghani vulnerabili saranno evacuati”, ha aggiunto.

Ma la situazione sul campo “si sta deteriorando rapidamente”, ha avvertito Garneau. “I rischi per la sicurezza associati ai nostri sforzi stanno aumentando con l’avvicinarsi della data di partenza finale”, ha detto il ministro degli Affari Esteri.

I ministri Marc Garneau e Harjit Sajjan

Appena due giorni fa, il premier canadese Justin Trudeau si era presentato al G7 sull’Afghanistan con l’intenzione di annunciare, agli altri leader mondiali, l’intenzione del Canada mantenere il proprio personale militare in Afghanistan dopo la scadenza americana del 31 agosto. Un’intenzione di fatto smentita dalla conferenza di ieri dei suoi quattro ministri. E suona come una “smentita” al premier anche l’espressione usata dalla Monsef che, durante la conferenza di ieri, nel rivolgere ai talebani un appello affinché permettano un’uscita sicura dal Paese a tutti coloro che vogliono lasciarlo, li ha chiamati “our brothers, the Taliban”, “i nostri fratelli, i talebani” (qui il video con il passaggio in questione). Una visione ben diversa da quella di Trudeau, che pochi giorni fa li ha definiti “terroristi” o, meglio, “gruppo ufficialmente riconosciuto dal Canada come terroristico”.

La ministra delle Donne e dell’Uguaglianza, Maryam Monsef

Durante la stessa conferenza stampa, i ministri hanno confermato che quella in corso è la più grande evacuazione dall’Afghanistan fatta dal Canada, con 535 persone affollate a bordo di un aereo partito martedì dall’aeroporto di Kabul e, complessivamente, 2.700 persone evacuate dal Paese dall’inizio della crisi, il 15 agosto scorso.

“Il Canada ha notevolmente accelerato la velocità con cui siamo stati in grado di far uscire le persone dall’Afghanistan”, ha detto Mendicino. Tuttavia, lo sforzo di evacuazione è “una corsa contro il tempo”, ha detto Garneau.

Il ministro Marco Mendicino

Com’è noto, il Canada si è impegnato a portare oltre 20.000 persone via dall’Afghanistan. Ma i progressi nel riempire quei posti sono iniziati lentamente e mentre il premier Justin Trudeau ha indicato i talebani come il più grande ostacolo al progresso dell’evacuazione, coloro che lavorano sul campo affermano che la mancanza di comunicazione del Canada è stata un problema molto più grande per coloro che cercano sicurezza.

“Secondo le informazioni che mi arrivano dall’Afghanistan, il vero problema non è raggiungere l’aeroporto – ha detto l’avvocato dell’immigrazione Chantal Desloges in un’intervista a Global News – : il vero problema è che non ci sono informazioni, là fuori. Il sistema è opaco”.

Da coloro che rimangono intrappolati in Afghanistan, tra l’altro, arrivano notizie di una brutale repressione. “La situazione è tragica – diceva ieri all’Adnkronos Silvia Redigolo, attivista della Fondazione Pangea, la Onlus italiana attiva in Afghanistan – ci sono ancora i talebani che picchiano e sparano. Abbiamo notizie di bambini traumatizzati, soli, che hanno perso i genitori e di neonati fuori dal gate in fila da ore. È davvero tutto molto, molto difficile…”.

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