Roma abbraccia le radici di Rocky Balboa
TORONTO – Mentre si alza il sipario della 21ª Festa del Cinema di Roma, i cinefili locali si preparano a un enorme afflusso di star internazionali che durerà più giorni. Eppure, tra i tappeti rossi di alto profilo e i numerosi palinsesti dei festival, è il prossimo dramma biografico di Peter Farrelly, I Play Rocky, che promette di colpire la corda culturale più profonda con il pubblico italiano.
Il film, uno sguardo storico dettagliato sulla disperata e quasi mitica lotta di un giovane Sylvester Stallone che cerca di realizzare il suo classico della boxe del 1976, funge da specchio cinematografico. È una storia che, sotto la sua lucida esterna hollywoodiana, appartiene fondamentalmente alla diaspora italiana.
Storicamente parlando, il concetto di “sfavorito” è spesso presentato come un’invenzione puramente americana. Ma la narrazione di Rocky risuona con un orgoglio transatlantico profondamente radicato che precede di generazioni i temi di Rocky.
Il cuore del biopic di Farrelly segue la lotta di Stallone per vendere la sua sceneggiatura a Hollywood, ma i momenti della storia seguono la tipica frizione dell’esperienza dell’immigrato italiano.
Con Matt Dillon nel ruolo di Francesco “Frank” Stallone Sr., il film si radica sulle autentiche lotte di un immigrato di prima generazione proveniente da Gioia del Colle, in Puglia. Qui, la narrazione passa da semplice leggenda sportiva a un’esplorazione organica di “capatosta” (Resilienza ostinata) – Contrapponendo l’istinto pragmatico di sopravvivenza di un padre alla convinzione artistica ardente di un figlio.
Il film offre anche una necessaria rivalutazione della nobiltà cinematografica rivisitando il casting di Talia Shire, qui interpretata da Kiki Seto. Shire, nata nella leggendaria dinastia italo-americana di Coppola, diede vita a Adrian Pennino – un personaggio appositamente chiamato così in onore del nonno di Shire, il compositore italiano Francesco Pennino.
Evidenziando questa connessione, I Play Rocky mostra come il peso emotivo della più grande saga di combattimento cinematografico sia stato plasmato direttamente da figlie e figli di origine lucana e pugliese, spingendo l’identità italo-americana lontano dai tipici cliché mafiosi degli anni ’70 verso una nobiltà operaia radicata.
Forse la storia più affascinante del film, tuttavia, risiede nel casting di Anthony Ippolito nei panni di un giovane Stallone. Ippolito, attore di origine italiana completa, rappresenta una netta evoluzione nel modo in cui la comunità si muove a Hollywood. Il biopic cattura esplicitamente un periodo in cui uno Stallone in difficoltà si sentiva costretto a fare un’audizione sotto lo pseudonimo generico “Mike” solo per sfuggire allo stigma del cortile scolastico e all’oscurità professionale.
Al contrario, Ippolito entra in gioco in un’epoca in cui un cognome italiano con terminazione vocalica non è più un peso per un agente di talenti transazionali, ma un prestigioso distintivo di autenticità. Quando Stallone coniò infine il soprannome “The Italian Stallion”, non fu solo un ingegnoso gancio di marketing per un dramma sportivo; fu un momento di branding globale che ridefinì la mascolinità della classe operaia.
Concentrando la sua narrazione su queste radici culturali organiche piuttosto che su un trionfo generico di Hollywood, I Play Rocky si rivela un pezzo essenziale del cinema d’origine. Ancora il suo dramma hollywoodiano ad alta energia a una verità fondamentale: prima che Rocky Balboa diventasse l’eroe preferito dell’America, era il figlio prediletto dell’Italia.
Immagini per gentile concessione di Amazon MGM Studios
Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix




