Cultura

Il coraggio di fermarsi nel tempo della corsa

VERONA – Il concerto del 20 settembre all’Arena di Verona ha chiuso “Una storia ancora semplice Tour 2026” e aperto la lunga pausa annunciata dai Negramaro. Ma, a ben guardare, la notizia non è soltanto che la band abbia deciso di fermarsi: è che abbia scelto di farlo adesso, dopo oltre vent’anni trascorsi senza interrompere il proprio cammino. In un tempo che misura il successo attraverso la presenza continua, la velocità e la capacità di produrre sempre qualcosa di nuovo, Giuliano Sangiorgi, Emanuele Spedicato, Ermanno Carlà, Danilo Tasco, Andrea Mariano e Andrea De Rocco compiono una scelta quasi controcorrente: sottrarsi, almeno per un po’, alla corsa.

Per comprenderne il significato bisogna partire proprio dalla durata. I Negramaro non sono semplicemente una band nata più di vent’anni fa: sono ancora i sei musicisti con cui quella storia era cominciata nel Salento all’inizio degli anni Duemila. Intorno sono cambiati il mercato, i linguaggi, il modo di ascoltare musica e le generazioni del pubblico; loro hanno conservato una fisionomia collettiva riconoscibile. Sangiorgi ne è la voce e l’autore più esposto, ma la vicenda dei Negramaro non si è mai esaurita nel frontman. In un settore in cui il passare degli anni porta spesso separazioni, sostituzioni e reunion, essere rimasti una band nel senso pieno della parola è forse il loro primato meno appariscente.

Quella continuità non è soltanto professionale. Nei primi anni i sei hanno condiviso anche gli spazi della vita quotidiana, trasformando una casa vicino a Parma — la “Casa 69” che avrebbe poi dato il titolo a un album — in un luogo di convivenza, prove e progettazione. È un dettaglio che aiuta a comprendere quanto, nel loro caso, l’identità artistica sia cresciuta insieme a quella personale.

E quando, nel 2023, hanno celebrato i vent’anni dall’esordio discografico, non lo hanno fatto come una formazione riunita per l’occasione: erano ancora gli stessi sei, con un repertorio storico alle spalle e nuova musica davanti.

La svolta arriva nel 2005 con “Mentre tutto scorre”, presentata al Festival di Sanremo e premiata con il Premio della Critica Radio & TV. Da lì comincia un’ascesa che porta il gruppo fuori dai circuiti in cui era cresciuto, verso una dimensione allora poco consueta per una formazione italiana. Il 31 maggio 2008 i Negramaro diventano la prima band italiana a esibirsi da headliner a San Siro, davanti a oltre quarantamila persone.

Dieci anni più tardi, con “Amore che torni Tour Stadi 2018”, suonano in sei stadi italiani, davanti complessivamente a 175 mila spettatori: un altro primato per una band del nostro Paese. Non sono soltanto record da aggiungere a una biografia, ma tappe che raccontano una strada che il gruppo ha contribuito ad aprire, rendendo pensabile anche per una band italiana una dimensione live fino ad allora associata soprattutto ai grandi solisti o alle formazioni internazionali.

I numeri, però, raccontano soltanto una parte della loro longevità. L’altra sta nelle canzoni e nel modo in cui hanno accompagnato stagioni diverse della vita di chi le ascoltava. “Estate”, “Solo 3 minuti”, “Parlami d’amore”, “L’immenso”, “Meraviglioso”, “Attenta”, “Amore che torni”: brani che hanno costruito negli anni un lessico sentimentale riconoscibile, fatto di amore, assenza, desiderio, perdita, fragilità e ripartenze.

La scrittura di Sangiorgi ha saputo trasformare emozioni private in un patrimonio condiviso; con il tempo, però, lo sguardo della band si è allargato e la canzone è diventata anche uno spazio attraverso cui interrogare il presente.

Nel 2009 Sangiorgi e Jovanotti furono tra i promotori di “Domani 21/04.09”, il progetto collettivo costruito attorno a un brano di Mauro Pagani dopo il terremoto dell’Aquila e capace di riunire 56 artisti. I proventi contribuirono anche al recupero del Teatro San Filippo Neri.

Nel 2021 “Dalle mie parti” vinse il Premio Amnesty International Italia per la migliore canzone sui diritti umani. Nel 2022, dal palco, Sangiorgi parlò della libertà delle donne iraniane; nel 2025, presentando il nuovo tour, tornò sui temi della pace e della disumanizzazione. Quando il presente ha imposto domande più grandi, i Negramaro hanno scelto di affrontarle anche nelle loro canzoni.

Dentro questa lunga traiettoria c’è poi un capitolo che parla direttamente al Canada. Nel 2010 i Negramaro si trasferiscono nell’area di Toronto per lavorare a “Casa 69”, il quinto album in studio, prodotto dal canadese David Bottrill.

Le sessioni passano dai Metalworks Studios di Mississauga e dai Rattlebox Studios di Toronto e, per alcuni mesi, il Canada entra nella quotidianità del gruppo. La loro casa canadese viene ribattezzata “House 131”, quasi un doppio oltreoceano della Casa 69 italiana. È lì che prendono forma brani come “Sing-hiozzo”, “Io non lascio traccia”, “Voglio molto di più”, “Londra brucia” e “Basta così”, incisa con Elisa. Toronto entra così nella geografia artistica dei Negramaro non come semplice tappa, ma come luogo di lavoro, ricerca e trasformazione.

A quei mesi appartiene anche uno degli incontri mancati più curiosi della loro storia. Durante le registrazioni venne prospettata la possibilità di coinvolgere in “Dopo di me” un giovane rapper di Toronto che stava allora preparando il suo primo album: Drake.

I Negramaro cercavano un suono più vicino ai Beastie Boys e la collaborazione non ebbe seguito. Lo hanno raccontato anni dopo con ironia: due traiettorie destinate a crescere si sfiorarono per un istante nello stesso studio canadese.

Sedici anni dopo, la coincidenza torna quasi per gioco. A metà settembre Drake ha presentato “FOMO”, un progetto video il cui titolo richiama la “fear of missing out”, la paura di perdere qualcosa.

Pochi giorni dopo i Negramaro hanno suonato l’ultima data prima della pausa. In un’epoca che ci spinge a non mancare nulla, a essere sempre presenti e produttivi, loro scelgono il gesto opposto: dopo oltre vent’anni trascorsi a esserci, si concedono il diritto di fermarsi. È qui che la pausa smette di essere semplice cronaca e diventa una scelta. Fermarsi quando tutto invita ad accelerare significa riconoscere che il valore non coincide necessariamente con la performance continua e che il silenzio non equivale all’irrilevanza.

Non si tratta di cancellare ciò che è stato, ma di sottrarlo, per un momento, alla necessità di avere subito un seguito. Per una band che ha fatto della continuità una cifra della propria storia, accettare uno spazio vuoto significa anche avere fiducia in ciò che si è costruito.

Verona, allora, non appare come un punto d’arrivo. Dopo aver aperto strade, segnato primati, raccontato sentimenti privati e lasciato entrare nelle canzoni le inquietudini del proprio tempo, i Negramaro scelgono di non trasformare il successo in una corsa senza fine.

In musica, la pausa non è un vuoto: è parte della composizione, dà respiro a ciò che precede e prepara ciò che verrà. Dopo più di vent’anni, i Negramaro hanno scelto la loro. Il resto appartiene alla musica che verrà e alle emozioni che saprà ancora regalare. La loro gente sarà lì, pronta ad ascoltarla.

In alto: i Negramaro durante il tour 2026, l’ultimo prima della lunga pausa annunciata dalla band (© Negramaro)

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