Canada

Tensioni separatiste e dazi, Canada nel mirino

TORONTO – Tensioni separatiste, minacce referendarie e guerra commerciale con gli Usa. Un mix potenzialmente letale, che prende di mira non solo la stabilità economica e politica del nostro Paese, ma anche la sua esistenza. Il tutto zavorrato dalla retorica trumpiana del 51° Stato, rinvigorita frequentemente dagli scherani dell’inquilino della Casa Bianca, con l’obiettivo di alimentare il clima di incertezza, aumentare l’instabilità e far traballare i pilastri economici e sociali sui quali poggia il Canada.

I problemi, come detto, non arrivano solo dall’esterno, anche perché – diciamocelo – siamo bravissimi a farci male da soli. Il prossimo 19 ottobre è in programma il referendum in Alberta, 9 quesiti che hanno una valenza locale e uno che invece potrebbe avere delle conseguenze di portata storica per tutto il Paese.

I votanti dell’Alberta dovranno decidere se dare o meno al governo provinciale gli strumenti per avviare un secondo referendum con il quale si dovrà stabilire la permanenza in Canada o l’eventuale secessione. Ora, i sondaggi sono concordi nel ritenere la minaccia dell’indipendenza molto marginale, con le spinte indipendentiste che non sono state in grado di convincere la maggioranza dei residenti.

Ma il rischio resta e il governo federale lo sa benissimo. Ed è per questo che Mark Carney nelle ultime settimane ha focalizzato gli sforzi dell’esecutivo tenendo conto delle esigenze economiche dell’Alberta, con l’accelerazione del processo politico-burocratico che porterà alla costruzione del Pacific Link: un oleodotto che collegherà le zone petrolifere di questa provincia con la costa pacifica della British Columbia, per poter esportare il greggio verso i ricchi mercati asiatici. Un messaggio forte e chiaro, quello del primo ministro: Ottawa ha intenzione di valorizzare le ricchezze dell’Alberta, a differenza del precedente governo che la limitava e la penalizzava con le sue politiche ambientaliste e con le sue strategie volte all’abbassamento delle emissioni inquinanti.

Ma come dicevamo, siamo molto bravi a farci male da soli. In Quebec questa settimana è tornata prepotentemente di scena l’istanza secessionista con la vittoria del Parti Quebecois: una vittoria dimezzata, visto che il partito non è stato in grado di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi, ma che comunque apre le porte nel prossimo futuro ad un altro referendum, il terzo sull’indipendenza del Quebec. Anche in questo caso, i sondaggi confermano come l’istanza separatista non sia maggioritaria nella provincia francofona, ma gli equilibri potrebbero cambiare.

Come fatto con l’Alberta, Carney è pronto a spostare la sua attenzione sul Quebec. Non è un caso che il primo ministro abbia scelto la città di Sherbrooke per annunciare ieri il suo piano di 2 miliardi di dollari, il National Heat Pump Rebate, che aiuterà le famiglie a spendere meno nelle bollette per il riscaldamento.

Ma il Canada resta nel mirino, soprattutto tra i “compagni di merende” di Donald Trump. Elon Musk ha commentato positivamente su X la vittoria del Parti Quebecois, aggiungendo che il “Quebec dovrebbe separarsi dal Canada: starebbe meglio, come l’Alberta e il Saskatchewan”. Affermazioni verso le quali è arrivato un coro di no, ma che rendono bene l’idea del livello di ingerenza che arriva da Sud del confine.

In alto: Mark Carney ieri a Sherbrook, in Quebec (foto: X – @CanadianPM)

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