La rinascita di Bertolucci al Festival di Venezia
TORONTO – I titoli di coda di The Echo Chamber al 83° Festival Internazionale del Cinema di Venezia, e il Lido sono stati accompagnati da una commovente standing ovation di otto minuti mescolata a lacrime udibili. È stato un grande ritorno cinematografico a casa per l’ultima sceneggiatura incompiuta del compianto Bernardo Bertolucci – un dramma claustrofobico portato in vita dalla regista Andrea Pallaoro e da un cast stellare con Alicia Vikander, Luca Marinelli e Susan Sarandon.
Ora in scena nelle sale, il film si sta rivelando esattamente polarizzatore come ci si aspetterebbe da un film di Bertolucci. Mentre alcuni critici lodano la sua intimità inquietante e in un unico luogo, altri si ritirano per il suo ritmo glaciale e il colpo di scena sconvolgente del terzo atto.
È un evento cinematografico che riaccende un’ossessione duratura nel mondo dell’arte: il nostro insaziabile desiderio collettivo di riesumare, completare e pubblicare le opere incompiute di maestri defunti.
L’Italia ha una ricca storia di queste resurrezioni postume. L’abbiamo vista quando i quaderni privati di Federico Fellini furono inseriti nell’intelligenza artificiale per manifestare il cortometraggio collaborativo Fellini Forward. L’abbiamo visto quando Sergio Citti trasformò il trattamento brutale e inedito di Pier Paolo Pasolini nel film del 1996 We Free Kings.
Anche nelle arti visive, le fondazioni hanno talvolta preso gli schizzi strutturali verificati di teste allungate di Amedeo Modigliani e li hanno scolpiti in sculture fisiche di calcare complete decenni dopo la sua scomparsa.
C’è una nozione indiscutibilmente romantica che guida questi progetti: la convinzione che completando il progetto possiamo temporaneamente conquistare la mortalità e riportare l’artista in vita attraverso la sua arte. Ma è anche profondamente presuntiva.
Il processo di creazione artistica è un atto fluido e volatile di revisione costante. Una sceneggiatura o uno schizzo lasciato è semplicemente un’istantanea di un pensiero in corso, non un decreto finale. Un regista della meccania di Bertolucci avrebbe potuto cambiarlo cento volte durante la produzione.
A dire il vero, The Echo Chamber è un caso unico; Bertolucci aveva attivamente cercato di realizzare il progetto con i registi prima della sua morte nel 2018, concedendo all’impresa una vera benedizione. La regia di Pallaoro è gestita con estrema cura, evitando la trappola dell’imitazione sfruttatrice. La critica qui non è rivolta ai registi, ma piuttosto mira a stimolare la riflessione sul nostro rapporto con l’autorialità.
Consideriamo gli schizzi di Modigliani. Una linea tracciata su carta è un suggerimento di forma, ma l’atto fisico di scolpire la pietra richiede migliaia di scelte creative microscopiche e in tempo reale. Quando un’altra mano realizza quell’opera, di chi stiamo effettivamente guardando l’arte?
In definitiva, il lavoro di un artista è probabilmente più apprezzato quando è plasmato interamente dalla propria mano.
Senza il maestro presente a rompere, piegare e reinventare le proprie regole in sala montaggio o sulla tela, ci resta un bellissimo eco. Può imitare perfettamente la voce, ma non cattura mai davvero il respiro.
Immagini per gentile concessione di Rai Cinema & Indigo Film
Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix




