Fabio Gravina, il mestiere di raccontare la vita
ROMA – Prima ancora del palcoscenico, nella vita di Fabio Gravina c’è stato il cinema, quello delle sale parrocchiali romane dove, da ragazzo, seguiva i film di Totò, Stanlio e Ollio, Bud Spencer e Terence Hill, scoprendo un universo di personaggi, equivoci e situazioni che appartenevano alla grande tradizione comica del Novecento. In quei pomeriggi trascorsi davanti allo schermo prendeva forma un interesse destinato ad accompagnarlo negli anni, fino a diventare un mestiere esercitato nelle sue diverse espressioni, dalla recitazione alla scrittura, dalla regia alla produzione. Un percorso nel quale la commedia ha mantenuto un ruolo centrale, non soltanto come occasione di divertimento, ma come strumento per osservare i comportamenti umani, coglierne le debolezze e raccontarne le contraddizioni.
Nato a Roma il 24 settembre 1965, da una famiglia di origini campane, Gravina cresce idealmente all’incrocio fra due grandi tradizioni della comicità italiana: quella romana, ironica e spesso disincantata, e quella napoletana, capace di trasformare le tensioni familiari, le convenienze sociali e le difficoltà quotidiane in materia teatrale. È soprattutto quest’ultima ad attirare progressivamente il suo interesse, orientandolo verso un repertorio che avrebbe approfondito con continuità, fino a farne uno dei tratti più riconoscibili della propria identità artistica.
La passione per la recitazione emerge presto, tra le esperienze scolastiche e i primi confronti con il pubblico, e prosegue anche durante il servizio militare, quando organizza piccoli spettacoli per i commilitoni. È una formazione nella quale l’ammirazione per i grandi interpreti si accompagna alla pratica della scena, alla comprensione dei tempi comici e a quella capacità di ascolto che permette all’attore di stabilire un rapporto autentico con gli spettatori.
Dalla metà degli anni Novanta comincia a rappresentare le opere di Eduardo e Peppino De Filippo, Eduardo e Vincenzo Scarpetta, Armando Curcio e Samy Fayad, affrontando un repertorio ricco di personaggi e situazioni che, pur appartenendo a epoche differenti, conservano una sorprendente attualità. Nelle commedie napoletane, dietro la vivacità degli intrecci, si nascondono spesso le inquietudini di una società alle prese con le apparenze, le difficoltà economiche, i rapporti tra generazioni e le piccole ipocrisie domestiche, elementi nei quali il pubblico può continuare a riconoscersi.
Nel 1996 fonda la Compagnia Teatrale Umoristica Quartaparete, richiamandosi idealmente alla storica compagnia dei De Filippo e recuperando una concezione del lavoro teatrale legata alla figura del capocomico. Gravina non si limita a interpretare i personaggi, ma segue gli adattamenti, la regia, la produzione e la costruzione degli spettacoli, dedicando particolare attenzione alla ricostruzione degli ambienti, ai costumi e agli oggetti di scena. Una cura che risponde all’esigenza di restituire credibilità ai personaggi, collocandoli nel contesto sociale e culturale dal quale provengono.
A segnare il suo percorso contribuiscono anche gli incontri con personalità che hanno fatto la storia dello spettacolo italiano. Tra queste Alberto Sordi, dal quale raccoglie una lezione fondamentale per chi sceglie la commedia: un attore non deve cercare soltanto la battuta capace di provocare una risata, ma comprendere il personaggio nella sua interezza, con le sue motivazioni, le sue debolezze e le sue contraddizioni. È un principio che restituisce tutta la complessità del genere comico, spesso considerato meno impegnativo della recitazione drammatica, mentre richiede precisione, misura e una conoscenza profonda dei comportamenti umani.
Un posto particolare occupa anche Pupella Maggio, straordinaria interprete del teatro di Eduardo, alla quale Gravina fu legato da un rapporto di amicizia negli ultimi anni di vita dell’attrice. Tra i ricordi più suggestivi rimane quello di Pupella che, dopo aver assistito agli spettacoli, si tratteneva talvolta in camerino semplicemente per respirare l’atmosfera del teatro, quasi a voler prolungare quel rapporto con il palcoscenico che aveva accompagnato gran parte della sua esistenza.
A questi incontri si aggiungono quelli con Pietro Garinei e Nino Manfredi, oltre alla collaborazione durata quindici anni con Lelia Mangano De Filippo, moglie di Peppino. Figure differenti, attraverso le quali Gravina entra in contatto con una tradizione professionale nella quale il talento si accompagna alla disciplina, alla conoscenza dei testi e al rispetto per il pubblico.
Nel novembre del 1998 inaugura a Roma il Teatro Prati, con Alberto Sordi nel ruolo di padrino. Il progetto gli consente di dare continuità all’attività della compagnia, ma lo pone anche di fronte alle responsabilità economiche e organizzative proprie di una produzione indipendente. Gli inizi non sono semplici, ma negli anni il teatro riesce a consolidare una propria identità e a costruire un pubblico fedele, arrivando, tra il 2004 e il 2012, a superare le venticinquemila presenze annue, con circa millecinquecento abbonati.

Dietro questi risultati si riconosce una scelta artistica precisa, fondata su una programmazione coerente e su un rapporto diretto con gli spettatori. Eppure, proprio quando il repertorio tradizionale sembra avergli assicurato una posizione consolidata, Gravina avverte l’esigenza di misurarsi con una scrittura più personale e con la commedia contemporanea, affrontando anche il rischio di modificare le abitudini del proprio pubblico. Il teatro, nella sua concezione, deve mantenere un rapporto con la società e con le sue trasformazioni. La commedia possiede infatti una libertà particolare, perché può affrontare questioni delicate senza assumere un tono solenne, mettendo in evidenza attraverso il sorriso comportamenti e contraddizioni che nella vita quotidiana passano spesso inosservati. È questa attenzione alla realtà a collegare il suo interesse per i classici alla ricerca di storie nuove.
Anche il rapporto con il cinema è più articolato di quanto possa suggerire la lunga frequentazione del palcoscenico. Dopo alcune esperienze cinematografiche come interprete, tra cui La macchinazione (2016) e Made in China napoletano (2017), nel 2018 Fabio Gravina passa dietro la macchina da presa con Un figlio a tutti i costi, adattamento della sua commedia teatrale Un figlio per mia moglie, andata in scena al Teatro Prati il 5 ottobre 2012. Il successo dello spettacolo lo spinge a riprenderne la storia per il grande schermo, raccontando con ironia le vicissitudini di una coppia alle prese con il desiderio di diventare genitori e con gli imprevisti che ne complicano la realizzazione. Un passaggio dal palcoscenico al cinema come regista e sceneggiatore che conferma il suo interesse per le dinamiche familiari, le fragilità umane e le contraddizioni della vita quotidiana.
L’esperienza audiovisiva prosegue attraverso numerosi adattamenti e riprese di spettacoli teatrali, tra cui ‘Na Santarella, Il medico dei pazzi, L’avaro, Il malato immaginario e ‘O Scarfalietto, ai quali si aggiungono La settimana bianca, La lettera di mammà e Un turco napoletano. Sono lavori che, pur differenti dai film realizzati per le sale, consentono di conservare e diffondere interpretazioni e allestimenti, raggiungendo anche spettatori lontani dai luoghi della rappresentazione.
Le commedie di Gravina sono disponibili su Amazon Prime Video anche in Nord America, negli stessi allestimenti proposti in Italia, secondo la disponibilità dei cataloghi locali. RaiPlay conserva inoltre testimonianze della sua attività televisiva. Per le comunità italiane lontane dal Paese d’origine, le piattaforme digitali possono rappresentare un’ulteriore occasione per ritrovare un repertorio che appartiene alla memoria culturale italiana.
La stagione 2026-2027 del Teatro Prati riflette le diverse anime del lavoro di Gravina, alternando la commedia contemporanea alla tradizione napoletana e alla scrittura originale. Il cartellone si apre con Noi… i Taranto, scritto, diretto e interpretato da Corrado Taranto, e prosegue con L’ospite gradito di Peppino De Filippo, per la regia di Gravina, e La luce dei miei occhi, da lui scritto e diretto. Nella seconda parte della stagione trovano spazio ‘Na Santarella di Eduardo Scarpetta, nella sua elaborazione e regia, e Coppie, tre atti unici di cui firma testo e regia. Una programmazione che conferma il suo interesse per il dialogo tra repertorio classico e drammaturgia contemporanea.
Il rapporto con il teatro dal vivo conserva tuttavia una dimensione che nessuna registrazione può riprodurre completamente, perché ogni rappresentazione nasce dall’incontro tra gli interpreti e il pubblico. Anche dopo centinaia di repliche, i silenzi, le risate e le reazioni degli spettatori non sono mai identici, e l’attore deve ritrovare ogni sera la naturalezza di gesti e parole già conosciuti, senza perdere la concentrazione necessaria a mantenere il ritmo dello spettacolo.
È anche per questo che la vicenda di Gravina può interessare un pubblico italiano lontano dal Paese d’origine. Il teatro napoletano ha attraversato generazioni e confini, accompagnando la storia dell’emigrazione e conservando, attraverso la lingua e i personaggi, una parte riconoscibile dell’identità culturale italiana. Ma la sua capacità di parlare al presente non dipende soltanto dalla nostalgia: nelle relazioni familiari, nelle ambizioni e nelle debolezze dei protagonisti continuano a riflettersi esperienze comuni a epoche e società differenti.
Dalle prime esperienze nelle sale parrocchiali romane agli incontri con grandi protagonisti dello spettacolo italiano, fino al cinema e alle nuove produzioni, Fabio Gravina ha costruito un percorso nel quale la fedeltà alla tradizione convive con il desiderio di esplorare linguaggi e storie differenti. Un cammino che continua a trovare nella commedia la propria espressione più riconoscibile, affidando ai personaggi, alle loro debolezze e alle loro contraddizioni il compito di raccontare qualcosa della società e, inevitabilmente, anche di noi stessi.
Nella foto in alto, Fabio Gravina in una scena di Non è vero… ma ci credo!, commedia di Peppino De Filippo, rappresentata al Teatro Prati di Roma


