Simone Piazzola
in Traviata alla COC

di Sebastiano Bazzichetto del April 20, 2022

TORONTO – Torna il grande capolavoro verdiano alla Canadian Opera Company ed il veronese Simone Piazzola ci racconta di sé e di cosa significhi cantare un ruolo a cui ha dato voce e vita in quasi duecento recite.

Come nasce la Sua passione per la lirica? Viene da una famiglia di musicisti?
“Assolutamente no: mio padre guidava camion e mia madre era casalinga, un contesto molto lontano dalle sale dorate dei teatri d’opera. Ma già a 3 anni mi ero innamorato della voce di Mario del Monaco, il cui suono placava l’irrequietezza e l’energia del Simone bambino. Ad 8 anni ero in montagna con mia madre a fare un picnic e dissi ad alta voce, brandendo un bastone da passeggio, «Dalla scala di casa mia il grande Simone Piazzola!» e mi misi a cantare. Destino volle che fosse lì il grande soprano Alda Borelli Morgan che sarebbe diventata la mia insegnante. Si avvicinò a mia madre e le disse di portarmi da lei per studiare la tecnica del canto. Senza dubbio tutto ebbe inizio in quel momento”.

Già un personaggio da palcoscenico a quella giovane età! Negli ultimi due anni i teatri sono però rimasti muti. Cosa sente di aver imparato in questi lunghi mesi di pandemia?
“Ero a Sydney per cantare l’Attila quando è scoppiata e nel giro di 24 ore mi hanno letteralmente rispedito in Italia. Da lì, in un sol giorno, mi sono visto 12 contratti cancellati quindi, lavorativamente parlando, è stata una catastrofe. Una cosa simpatica che mi ha insegnato la pandemia è cantare davanti ad una telecamera, qualcosa a cui non siamo pronti. Nel ’21 feci l’Ernani a Palermo, senza pubblico, poi messo in rete, e cantare con una telecamera attaccata al naso non è semplice. Ma ci si abitua a tutto… o quasi: ho imparato a finire un’aria senza la chiusura dell’applauso. A quello forse non mi sono mai abituato”.

Tornare a cantare dal vivo è stata una grande emozione, immagino.
“Sì, decisamente. Il primo concerto dal vivo è stato all’Arena di Verona nel 2020 con il Concerto lirico di inaugurazione della stagione intitolato ‘Nel cuore della Musica’, una serata per ringraziare tutti gli operatori sanitari, medici ed infermieri che si sono prodigati nei nostri ospedali e non solo”.

Parlando di Giorgio Germont – che qui interpreterà in Traviata alla COC – cosa significa cantare un ruolo così tante volte?
“È una cosa molto bella, si crea con il personaggio un rapporto molto intimo. Sono felice e veramente onorato di essere a Toronto per cantare questo ruolo. Proprio qui, alla terza replica, raggiungerò le mie duecento recite nei panni di Germont padre. L’ho cantato in tutto il mondo e sono felice di festeggiare un traguardo importante in questo teatro meraviglioso, in cui si lavora con estremo piacere e familiarità”.

Com’è interpretare un uomo più grande di Lei anagraficamente?
“Ho debuttato questo ruolo molto giovane, a 23 anni, quindi all’inizio ho fatto appello all’ispirazione dell’immaginario di un certo tipo di padre, borghese, sicuro delle sue tradizioni ed ideali. È stata una ricerca interpretativa basata per la quale mi sono ispirato ai grandi baritoni, su tutti Renato Bruson. Poi tutto è cambiato quando sono diventato padre. Germont è spesso etichettato come un cattivo ma, in realtà, cerca di adempiere ai suoi doveri di capofamiglia borghese. Va da Violetta per difendere l’onore dei suoi figli, tentando di salvare una situazione economica probabilmente dissestata. Nel duetto del secondo atto può avere delle intenzioni che sembrano malevole ma tutto è fatto per un senso di protezione e salvaguardia”.

Come si impara e si impara a conoscere un ruolo?
“La prima cosa è comprare lo spartito e, nel caso di Traviata, il romanzo di Dumas fils, ‘La Dame aux camélias’. Questo mi ha aiutato molto anche nel comprendere che tipo di Germont padre essere perché, tra libretto e racconto, troviamo due padri diversi. In Verdi (e Piave) abbiamo una psicologia più articolata. Poi comincio a studiare il ruolo con il mio pianista, Giuseppe Vaccaro, con cui studio e faccio concerti. Leggiamo insieme le parole e poi cominciamo a lavorare sulle note, le intenzioni musicali, i colori. Solo così riesco a trovare un senso nella melodia e nelle parole. Faccio un lavoro sul fraseggio e sul legato perché Verdi è anche bel canto, una cosa che a volte si dimentica. Arrivo ad un punto in cui riesco a staccarmi dallo spartito e ad incrementare il tasso personale di interpretazione”.

Com’è il rapporto con gli altri cantanti?
“Splendido: qui a COC mi sento veramente in una grande famiglia. Con Amina Edris (Violetta) e con Matthew Polenzani (Alfredo) sta nascendo una bella conoscenza ed una bella intesa sul palco. E poi con il direttore d’orchestra: il maestro Debus è colto, preparatissimo ed aperto al dialogo, allo scambio; è un professionista fantastico con cui lavorare”.

Secondo Lei perché Traviata è così amata e rappresentata?
“Perché è una storia universale che racconta i dilemmi emotivi e psicologici di un uomo e di una donna che rappresentano tutti noi. Grazie alla musica e all’evoluzione della storia così vera è impossibile non immedesimarsi”.

Prime impressioni di Toronto?
“Bella: è una città molto interessante, un po’ fredda al momento (ride), in cui tutti sono davvero molto cortesi, disponibili ed affabili. Non è così ovunque nel mondo”.

Un gesto scaramantico prima di una recita?
“Nel 2008 ho perso mia madre: prima di entrare in scena mi faccio tre segni di croce pensando a lei. Spero sempre e credo fortemente che sia con me, nella mia voce quando canto sul palco, con l’augurio che le mie note nascano dal cuore e dal suo amore”.

[La Traviata è in scena al Four Seasons Centre fino al 20 maggio 2022 – www.coc.ca]

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