Quelle vite interrotte
in quindici scatti d’autore

di Marzio Pelu del May 12, 2021

ROMA - Segni di vite interrotte, congelati nel tempo e, oggi, immortalati dagli scatti di una fotografa che ha deciso di documentare un evento dimenticato dai più. La storia che racconta la mostra virtuale “For all the ’I love you’s’, we forgot to say” (inaugurata il 1° maggio e visitabile sul link https://cindiemondcontact2021.com fino al 31 maggio) è quella del terremoto di Frattura Vecchia, in Abruzzo, Italia.

Correva l’anno 1915: la maggior parte degli uomini del villaggio era già emigrata in Canada e negli Stati Uniti e gli uomini rimasti, noti per la loro eccellenza nella tosatura delle pecore, al momento della scossa - era la mattina del 13 gennaio - erano lontani dal paese per la tradizionale "transumanza". Morirono donne, bambini, anziani. Più di cento. Chi si salvò, lasciò per sempre il villaggio che è rimasto, per oltre cent’anni, come “sospeso” nel tempo.

E la fotografa italo-canadese Cindi Emond (nella foto sotto), che ha vissuto e lavorato a Roma negli ultimi vent’anni, ha deciso di andare là e di immortalare ciò che il terremoto, allora, e poi il tempo, dopo, non sono riusciti a portare via. Quindici scatti emozionanti, pieni di storia e di vite spezzate.

“Ho fotografato le rovine del villaggio ormai invase dalla vegetazione - racconta Cindi - e ho anche incontrato un uomo la cui casa di famiglia era ancora intatta: mi ha invitato a visitarla. È una specie di capsula del tempo: è stata abbandonata e chiusa nel giorno del terremoto, diventando il testamento della famiglia che vi abitava... ci sono i letti, una culla, coperte e un paio di stivali stringati da donna. Nella cucina buia, una pentola è ancora sul fornello e le bottiglie di vino sul tavolo: una scena di vita domestica sospesa che non riprenderà mai più”.

Il villaggio di Frattura Vecchia (nome omen, è proprio il caso di dirlo) non è stato più ricostruito in quella posizione perché si trovava su una faglia geologica a forte rischio sismico. I sopravvissuti alla tragedia dovettero aspettare quasi vent’anni per avere un paese nuovo, in un’altra zona: Frattura Nuova. Ma nel vecchio paese ci sono ancora segni di vita. Oggi, infatti, i discendenti degli abitanti di allora coltivano gli appezzamenti di terreno dell’antico villaggio. Forse anche per tenere vivo il ricordo dei loro familiari strappati via in pochi secondi.

“Ho scattato, tra le altre, alcune immagini di un contadino che lavora – racconta ancora Cindi - mentre in lontananza il verde lussureggiante e la catena montuosa dell’Appennino creano uno sfondo maestoso”.

“Infine, un pastore ha attraversato il villaggio fantasma con il suo gregge mentre ero lì e ho deciso di accompagnarlo per oltre un’ora. Ho così potuto catturare alcune emozionanti immagini (e quella qui sotto è diventata la "copertina della mostra") di quest’antica tradizione, giacché la ’transumanza’ continua ancora oggi in questa zona dell’Abruzzo: avviene quando i pastori spostano le loro greggi a Sud, verso altre aree più temperate per l’inverno, principalmente in Puglia. Ciò consente al bestiame ed alle pecore di pascolare su un terreno non ghiacciato, poiché l’inverno è molto rigido in Abruzzo. È una tradizione candidata ad entrare nell’Unesco come parte del patrimonio culturale e storico italiano”, sottolinea Cindi.

La mostra, organizzata con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura di Toronto e dell’Ambasciata del Canada in Italia, fa parte della 25esima edizione dello Scotiabank Contact Photography Festival, Toronto, Canada.

Ecco un altro link alla mostra, attraverso il catalogo del Scotiabank Contact Photography Festival: https://scotiabankcontactphoto.com/exhibition/cindi-emond-for-all-the-i-love-yous-we-forgot-to-say/

Per ulteriori informazioni sull’artista: www.cindiemondphotography.com

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