Italia

Cocullo e quell’antico culto: il rito millenario della Festa dei Serpari

L’AQUILA – L’Italia è il paese delle mille tradizioni, spesso a metà tra fede e folclore, cristianesimo e paganesimo, sacro e profano. In questo intreccio millenario di riti antichi e identità locali si inserisce una delle celebrazioni più singolari e affascinanti del Bel Paese: la Festa di San Domenico a Cocullo, conosciuta come Festa dei Serpari, un evento che ogni anno richiama migliaia di persone nel cuore dell’Abruzzo. Un evento che quest’anno (e pure nel 2025) è stato documentato dalla fotografa canadese Cindi Emond (nella foto qui sotto), che con i suoi reportage immortala culture e tradizioni locali soprattutto italiane.

L’evento si svolge il primo maggio – in precedenza, il primo giovedì di maggio – nel piccolissimo borgo medievale di Cocullo: meno di trecento anime, vicino a L’Aquila. È lì che si celebra questa tradizione molto particolare che ha come protagonisti i serpenti e che segue un ritmo (o, meglio, un rito) preciso: si inizia con la Santa Messa alle 11, durante la quale i fedeli tradizionalmente “suonano con i denti” (nella foto qui sotto) la campana della chiesa, ripetendo un antico gesto che invoca la protezione di San Domenico contro il mal di denti.

Poi, a mezzogiorno, c’è la vestizione della statua, seguita dalla sfilata in costume tradizionale e da una processione con la benedizione del terreno. Durante il percorso, la statua del santo viene ricoperta di serpenti vivi e portata in processione per le vie del paese (nella foto qui sotto). «L’energia mistica, i serpenti vivi sulla statua, la folla devota… ne sono rimasta completamente affascinata», commenta Cindi Emond.

Ma perché i serpenti? Le radici della festa si perdono in un intreccio di paganesimo e cristianesimo. Secondo la tradizione locale, nell’XI secolo San Domenico evangelizzò queste remote terre appenniniche e liberò miracolosamente la zona intorno a Cocullo dai serpenti, rendendo la terra coltivabile. La Chiesa riuscì a sovrapporre una narrazione cristiana ad un culto ben più antico, ma non lo cancellò mai completamente.

Così, ogni anno, a partire da marzo, i serpari di Cocullo – cacciatori di serpenti – percorrono la campagna circostante alla ricerca di serpenti non velenosi (di tre specie: il cervone, il serpente di Esculapio e la biscia dal collare) che custodiscono a casa fino alla festa. E dopo la Santa Messa del primo maggio, i serpenti vengono adagiati sulla statua di San Domenico (nella foto qui sotto), in un gesto che simboleggia la vittoria sul male. «Ma non è loro permesso entrare in chiesa – spiega Cindi – ed è un limite che dice molto: simbolo del sacro e del profano tenuti in un delicato equilibrio». I serpenti vengono quindi liberati il giorno successivo.

«I serpari – prosegue Cindi – svolgono un ruolo centrale nella comunità. Solitamente giovani uomini e donne di Cocullo, ereditano i loro territori di caccia dalla famiglia e li custodiscono con silenziosa gelosia». E gli stessi serpenti sono rispettati e protetti. «La supervisione veterinaria è rigorosa, io l’ho osservata di persona – prosegue Cindi – : ho visto tutte e tre le specie esaminate dagli erpetologi, specialisti in biologia dei rettili, responsabili del monitoraggio sanitario. Vengono prelevati campioni di saliva e di sangue (nella foto qui sotto), viene registrata la lunghezza e, se un serpente non ha un microchip, gliene viene impiantato uno. Tutti i dati vengono registrati e confrontati con gli anni precedenti. Quest’anno sono stati controllati 187 serpenti. Inoltre, I serpari operano con esenzione ministeriale e si occupano solo di specie non velenose». E poi: «I serpenti sono carnivori. Ho letto articoli in cui si dice che i veterinari rimuovono le zanne… ebbene, questo non accade».

La festa di Cocullo è studiata da antropologi, etnologi e storici delle religioni come uno degli esempi più intatti di continuità rituale dall’antichità ai giorni nostri. Non si tratta di una ricostruzione folcloristica, bensì di una pratica ininterrotta, radicata nell’identità collettiva di una comunità che la sente pienamente propria. E non a caso è candidata a diventare Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO.

Qui sotto, pubblichiamo altre foto scattate da Cindi Emond durante il suo reportage a Cocullo e la ringraziamo per avercele gentilmente concesse

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