Garrone racconta i Tarocchi, Dior e l’Italia

di Sebastiano Bazzichetto del February 9, 2021

VENEZIA – Un nuovo anno che inizia, un inverno che pare stemperarsi nei primi illusori tepori di febbraio ed un’altra collezione di moda che si presenta al di là dei canonici ritmi di pubblicità e passerelle. Ancora una volta si tratta di abiti da sogno. Ancora una volta a narrarli, come arazzi, coperte nuziali sfarzosamente ricamate o cicli di affreschi di mariniana memoria, è Matteo Garrone che torna a stregarci con la malia delle immagini, con l’incanto dell’alta moda, con la magia dell’Italia.

Anche quest’anno, la maison Dior, sotto la direzione artistica di Maria Grazia Chiuri, affida al regista romano il compito di presentare la collezione per la primavera- estate 2021. E questa volta, o meglio, ancora una volta, Garrone decide di raccontarla in uno dei modi (e mondi) più affascinanti di sempre.

Se l’anno scorso ci eravamo lasciati rapire da un baule in viaggio tra evocazioni mitologiche e pittoriche tra i rivi e le verzure dell’edenico giardino di Ninfa, questa volta è la silente narrazione per immagini per eccellenza – quella dei Tarocchi – che dà vita alla collezione della maison fondata da Christian Dior nel 1946.

L’incantevole e decadente (letteralmente, ahinoi) castello di Sammezzano, alle porte di Firenze, fa da cornice al racconto di quella che è una quête dal sapore squisitamente tardo-medievale e, di fatto – come ci svela il finale che sapientemente omaggia i toni e le movenze della Salmacide ed Ermafrodito ovidiani (Metamorfosi, IV, 285-388) – la più recondita ed inconfessata scoperta di sé.

La protagonista di questo cortometraggio, Agnese Claisse (figlia di Laura Morante), si avventura tra le sale di un arabeggiante palazzo dove incontra le prosopopee dei cosiddetti Arcani Maggiori lungo il suo viaggio iniziatico, misterico ed ermetico. A guidarla il Matto, in questo caso al femminile (Carlotta Antonelli), dai lazzi e risa che ammiccano al Peter Pan di Barrie e alla sfrontatezza dei giullari medievali.

È nell’essenza della politesse del gotico cortese – su terra italica così squisitamente distillato e cesellato negli ori, nei panneggi e nella fattura del famoso mazzo dei Bembo con i loro Triomphi per i Visconti-Sforza – che trova vigore questo film: la natura esoterica delle carte è solo il punto di partenza per le sinopie dei personaggi (la Papessa, l’Appeso, la Giustizia e così via) che illustrano, da un lato, una collezione fatta di ricami di altissimo artigianato, di tessuti preziosi e rare lavorazioni e che, dall’altro, rendono giustizia all’unicità delle eccellenze culturali italiane.

Il gioco di richiami tra il fu giardino dell’impero e la maison d’oltralpe è intrinseco nella natura stessa dei Tarocchi, omaggio alla raffinatezza francese impreziosita dalla sapienza artigiana italiana alla corte viscontea prima, sforzesca poi.

Tra i vari motivi iconografici e letterari il film celebra – ça va sans dire – le mirabili pagine del “Castello dei destini incrociati” di Italo Calvino, in un recupero delle immagini retoriche che illustra di scorcio, senza mai dichiarare nulla a gran voce.

E insomma, cosa si può aggiungere? In una manciata di minuti (poco più di dieci), Garrone e Chiuri (insieme al loro inestimabile team di collaboratori, tra cui Andrea Tagliaferri e Andrea Farri per la musica) sono in grado di evocare un’alchimia dal sapore tutto italiano, da Ovidio a Calvino, dai Tarocchi dei Bembo all’eclettismo architettonico ottocentesco.

Con la posa della telecamera, con un ultimo sguardo all’abito in pizzo-guipure dorato del Sole, non si può che restare a bocca aperta e ripensare a Calvino che ebbe a scrivere: «Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro».

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