Cultura

La favola di Esopo alla conquista degli Oscar

TORONTO – Quest’anno, tutti gli occhi sono puntati sulla nuova shortlist italiana degli Oscar, e uno dei titoli che domina il settore è I figli della scimmia. Sebbene il pubblico locale non abbia ancora avuto la possibilità di vederlo al cinema, voci di corridoio lo vedono come favorito definitivo per diventare la candidatura ufficiale dell’Italia alla 99ª edizione degli Academy Awards.

Il film ha lasciato un segno indelebile al recente Festival di Venezia, vincendo prestigiosi Horizons Awards sia per la Miglior Sceneggiatura che per il Miglior Attore.

Le prime recensioni delle proiezioni del Lido descrivono il film come un’esplorazione profondamente concreta e profondamente toccante della psicologia genitoriale e del lutto. La storia segue Dario, un padre che cede sotto il peso claustrofobico di prendersi cura del suo giovane figlio, Enrico, affetto da grave paralisi cerebrale.

Quando il nipote adolescente atletico di Dario viene a stare da loro, si forma un legame senza sforzo tra loro. Improvvisamente, Dario è costretto ad affrontare una dolorosa divisione interna non detta: la realtà travolgente del figlio che ha rispetto al bambino idealizzato e in buona salute che ha sempre desiderato. Al centro di questa pentola emotiva c’è Riccardo Scamarcio, la cui performance viene acclamata dai partecipanti al festival come un trionfo che definisce la carriera.

Per prepararsi al ruolo emotivamente impegnativo di Dario, i rapporti indicano che Scamarcio ha trascorso mesi immerso con famiglie e caregiver reali a gestire la paralisi cerebrale, imparando le intense routine fisiche e mentali della cura quotidiana.

La sua dedizione si traduce in una performance priva di sentimentalismi hollywoodiani, catturando la dura realtà del burnout del caregiver con quella che i critici definiscono un’onestà devastante.

Si dice dal festival che la spina dorsale narrativa del film trae ispirazione diretta da una fonte inaspettata: l’antica favola di Esopo, Le scimmie e la loro madre, che racconta di una madre scimmia che riempie una gemella di affetto mentre trascura completamente l’altra. Il regista Tommaso Landucci trasforma magistralmente questa antica lezione sull’amore condizionato in una metafora moderna dei tabù silenziosi della genitorialità.

Come ha osservato Landucci discutendo il nucleo psicologico della storia, “Volevamo esplorare le ombre inconfessabili della genitorialità – il senso di colpa di desiderare una realtà diversa e la tragica tendenza umana ad amare l’illusione di ciò che avrebbe potuto essere rispetto alla bellissima fragilità di ciò che è”.

Oltre alla sceneggiatura, le prime recensioni mettono in evidenza una lezione magistrale di narrazione visiva. Il film è stato girato quasi interamente all’interno di una villa brutalista in cemento incastonata tra le colline remote della Toscana, con un’architettura scelta intenzionalmente per rispecchiare una gabbia di alto livello, rafforzando visivamente la trappola psicologica dei personaggi.

Affrontando un argomento così tabù con grazia e realismo incrollabile, I figli della scimmia sembra la prova che le storie più potenti non riguardano gli occhiali, ma le scelte silenziose e dolorose fatte a porte chiuse.

Immagini per gentile concessione di Lebowski, Lungta Film & Mosaicon Film   

Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix

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