Don Chisciotte torna in Italia con il film di Fabio Segatori
TORONTO – Don Chisciotte potrebbe benissimo essere considerato il primo romanzo moderno, nella misura in cui introdusse realismo psicologico al suo protagonista – in questo caso un nobile spagnolo illuso. Alonso Chisciano era un uomo così rapito dai racconti romantici di cavalleria che si reinventò come “Don Chisciotte”, un cavaliere errante che si mise in viaggio per compiere atti coraggiosi. La magistrale fusione di romanticismo e satira di de Cervantes è stata una musa per artisti di tutto il mondo, e non ultimo per gli italiani.
Fabio Segatori, regista italiano del prossimo Don Chisciotte, riecheggia il sentimento: “Chi non si è mai sentito un idealista sciocco in un mondo governato dall’avidità e dall’oppressione?” Aggiungendo: “Don Chisciotte è circondato da un deserto, un Medioevo che non finisce mai. Il cavaliere esorta gli uomini a essere liberi, ma alla fine si rende conto che la libertà è un nuovo esperimento. E non ci siamo ancora abituati”.
Il film di Segatori, con Alessio Boni (nel ruolo di Don Chisciotte) e Fiorenzo Mattu (nel ruolo di Sancho), uscirà nelle sale il 26 marzo. Girato principalmente in Basilicata e Calabria, il prologo e l’epilogo del film sono ambientati in Sicilia, nel sito di una chiesa sconsacrata del XVII secolo. Servendo come ospedale civico, questa chiesa fu il luogo in cui lo scrittore del Don Chisciotte, Miguel de Cervantes fu ricoverato durante la battaglia di Lepanto.
L’autore trascorse molto tempo a Palermo, Trapani e Messina come soldato durante l’Età dell’Oro spagnola – quando la Sicilia era sotto il dominio spagnolo. Le sue esperienze sull’isola italiana lasciarono un segno indelebile sull’autore, che poi incorporò paesaggi italiani e riferimenti ai viceré spagnoli in Sicilia nel suo famoso romanzo.
Ma non è la prima volta che un italiano tenta un adattamento cinematografico. Sergio Leone – il leggendario regista di Il Buono, il Brutto e il Cattivo – ha riflettuto per decenni sulla realizzazione di un adattamento contemporaneo di Don Chisciotte.
“La cosa importante è creare un mondo diverso… Un mondo che permette al mito di vivere. Il mito è tutto”, disse Leone, parlando della sua principale fascinazione per il progetto. Non realizzò mai il film, ma aveva sempre intenzione di scegliere Clint Eastwood, che secondo Leone sfoggiava un tipo di stoicismo che avrebbe perfettamente contrastato con l’illusione interiore del personaggio.
Perfino il leggendario Orson Welles (Citizen Kane) desiderava adattare Don Chisciotte per il cinema, assumendo come suo principale collaboratore l’editor italiano Mauro Bonanni.
È noto che Bonanni avesse conservato i negativi originali incompiuti del film (12 ore di film) per oltre 40 anni. E sebbene il sogno irrealizzabile di Welles non si sia mai materializzato, ha diretto e prodotto un documentario in 9 parti “In the Land of Don Chisciotte” per RAI, trasmesso in Italia nel 1964.
Il legame italiano con questa storia spagnola affonda certamente le radici nelle avventure dell’autore in Sicilia.
Eppure le sfumature satiriche del romanzo potrebbero essere il vero richiamo per un popolo i cui antenati dichiararono famosamente “satura tota nostra est” (la satira è interamente nostra). Curiosamente, il retore romano (Quintiliano) che per primo fece questa affermazione nacque in Spagna.
Immagine di Alessio Boni nel ruolo di Don Chisciotte per gentile concessione di Baby Films; immagine di Orson Welles Rai Documentario per gentile concessione della RAI
Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix



