Trattativa Cusma, Canada al bivio
TORONTO – Cento giorni per arrivare a un accordo. Tanto manca alla scadenza fissata dai Canada, Stati Uniti e Messico per il rinnovo dell’accordo di libero scambio entrato in vigore il primo luglio 2020 sulle ceneri del defunto Nafta. Le soluzioni sul tavolo sono sostanzialmente tre che decideranno il destino di un trattato che regola annualmente la vendita e l’acquisto di beni per un valore totale che supera 1,6 trilioni di dollari americani: il rinnovo condiviso dell’accordo per altri 16 anni, lo stralcio tout court del trattato e una firma condizionata, che porterebbe alla revisione e ridiscussione annuale del Cusma.
Le posizioni ai nastri di partenza del negoziato sono abbastanza chiare: il Canada e il Messico spingono per il rinnovo degli accordi siglati durante il primo mandato presidenziale di Donald Trump, mentre gli Stati Uniti hanno assunto una posizione più attendista, che rispecchia peraltro la svolta voluta dall’inquilino della Casa Bianca sulle politiche commerciali che ora ruotano attorno ai dazi e alla minaccia costante di nuove tariffe.
Fatto sta che dopo mesi di incontri sottobanco, promesse, minacce, proposte e speculazioni, da lunedì è ufficialmente iniziato il negoziato. Il presidente americano in questi mesi ha più volte messo da parte la questione, bollando il Cusma come semplicemente “inutile e irrilevante” per gli Stati Uniti: è evidente che il tycoon voglia mettersi in una posizione di forza, alimentando il clima di incertezza che obbliga le altre due parti contraenti ad abbassare le proprie pretese.
Il Canada, d’altro canto, ha un disperato bisogno di rinnovare il Cusma. Per capirne l’importanza, basta dire che il trattato ha fatto da ombrello protettivo all’export canadese nelle fasi più acute della guerra commerciale con Washington e grazie a questo l’85 per cento dei prodotti del nostro Paese sono potuti entrare nel mercato statunitense senza dover essere sottoposti alle tariffe americane.
In caso di mancato rinnovo del Cusma, questa protezione sparirebbe immediatamente, con pesantissime ripercussioni per buona parte dei comparti del tessuto produttivo dell’economia canadese.
Ora, la situazione geopolitica ha cambiato le carte in tavola. L’aumento del costo del petrolio provocato dalla guerra in Iran e dalla crisi nello Stretto di Hormutz dimostra come gli Stati Uniti abbino bisogno di un fornitore di petrolio affidabile, come è sempre stato il Canada.
E questo potrebbe in qualche modo favorire le richieste di Ottawa durante il negoziato. Ma con Trump è sempre difficile fare delle previsioni, visto che il presidente Usa ha fatto dell’incertezza il suo modus operandi .

