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Il taccuino mundial del Corriere / Il mondo alla rovescia: Brasile risultatista, Germania champagne e Giappone videogame

TORONTO – È una diatriba che affonda le sue radici nel passato calcistico più remoto. Cosa conta di più: la ricerca della vittoria attraverso il bel gioco o il risultato raggiunto con ogni mezzo? Le due scuole di pensiero si sono scontrate per decenni, fino all’attuale contrapposizione, quella dei “giochisti” e quella dei “risultatisti”. I giochisti credono che un gioco spettacolare, offensivo e basato sul possesso palla sia il modo migliore per raggiungere la vittoria. I risultatisti ritengono che la vittoria sia l’unico obiettivo, privilegiando pragmatismo, solidità difensiva, atteggiamento rinunciatario e adattamento agli avversari.

In Brasile, in realtà, questo problema non se lo sono mai posto. Il calcio della Selecao è come la Samba, un gioioso inno alla vita. Lo spettacolo è stato e sarà sempre l’unico mezzo d’espressione dell’arte pallonara. E storicamente i risultati hanno dato ragione alla filosofia carioca, salvo qualche imbarazzante incidente di percorso come la storica scoppola 7-1 contro la Germania nei Mondiali del 2014, o la sconfitta contro gli Azzurri di Bearzot nel 1982. Ora però si cambia. L’arrivo di Carlo Ancelotti ha portato nel Brasile una bella dose di sano pragmatismo che calcisticamente si traduce in un atteggiamento più prudente in campo, la ricerca del tocco di troppo e del numero viene limitata, come abbiamo visto nelle gare contro il Marocco e contro Haiti.

Insomma, è un Brasile più “europeo”, più risultatista (notarlo sembra quasi una blasfemia calcistica, ma è così).

Un secondo paradosso pallonaro lo troviamo nella Germania. Da sempre la nazionale teutonica è sinonimo di compattezza, muscoli e forza fisica, reparti ravvicinati: un panzer impenetrabile che non si lascia andare al vezzo superfluo, alla giocata effimera per strappare l’applauso. La Germania ammirata in questi Mondiali è l’esatto contrario. I tedeschi sono zeppi di trequartisti, ali e fantasisti dai piedi educati, da Musiala a Wirtz, passando per Sané e il falso nueve Havertz. Giocano un calcio manovrato ricco di fantasia, strappi improvvisi e imprevedibili: sembra una squadra sudamericana, più giochista.

In mezzo troviamo il Gippone, che gioca una calcio a velocità vertiginose, pazzesche, un misto tra il videogioco e il pallone dei cartoni animati degli anni Ottanta e Novanta. I nipponici si candidano ad essere la mina vagante del torneo, anche se fare previsioni in queste battute iniziali della Coppa del Mondo sembra davvero azzardato.

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