“Qui rido io”, la vita e l’opera
di Eduardo Scarpetta
in un film di Mario Martone

di corriere canadese del March 1, 2022

TORONTO – Quando si parla di teatro in Italia oggi, si pensa a un’attività ormai troppo spesso elitaria, privilegio di una nicchia di appassionati solitamente benestanti e spesso pensionati, o di studenti di materie umanistiche che sgomitano per meritarsi il loro posto nella nuova generazione di intellettuali. Una visione cruda, forse un po’ esasperata; rimane il fatto che mentre oggi i teatri si rivolgono a pochi eletti, un tempo il teatro apparteneva al popolo. Sarà che una volta non c’era ancora il cinema o per meglio dire Netflix, e i social media non avevano colonizzato gran parte del nostro tempo libero.

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il teatro era una delle principali forme di divertimento popolare che tanti potevano permettersi, e il successo del botteghino riconosceva le nuove star del momento. Una di queste fu Eduardo Scarpetta (1853-1925), tra i più grandi e prolifici autori del teatro napoletano della fine dell’Ottocento e primi del Novecento, il quale inaugurò il teatro dialettale e si specializzò nella commedia in lingua napoletana. “Qui Rido Io”, l’ultimo film del regista napoletano Mario Martone (1959), è un ritratto a tutto tondo di questa figura emblematica e controversa del panorama teatrale italiano.

Benché necessariamente girato su pellicola, il film rappresenta una forma ibrida tra rappresentazione cinematografica e pièce teatrale. Per raffigurare la vita e l’opera di Scarpetta, Martone ha deciso di lasciar parlare le creazioni stesse del comico e di adottarne la forma, dalla recitazione esageratamente teatrale alla tipologia delle riprese che circoscrivono lo spazio come se fossimo di fronte a un palcoscenico. La telecamera fa così un passo indietro per sincronizzarsi con la prospettiva dello spettatore che non vede l’uomo ma l’attore e il regista nel momento della messa in scena sul palco della sua commedia artistica e personale.

Il film si apre proprio in media res nel momento della rappresentazione di una commedia con protagonista il celebre personaggio Felice Sciosciammoca interpretato da Scarpetta (Tony Servillo). È questa maschera che rese celebre l’artista, e nello stesso tempo seppellì il suo compagno Pulcinella. Sciosciammoca in napoletano indica una persona che sta a bocca aperta: ‘scioscia’ infatti significa ‘soffia’, e ‘'mmocca’ invece corrisponde a ‘in bocca’: da cui ‘respira a bocca aperta’. Metaforicamente, si tratta di un personaggio credulone, ingenuo e facile alla meraviglia. Scarpetta, come ricordato nel film, inventa questo personaggio che da quel momento in poi accompagnerà Pulcinella nelle sue farse, fino a soppiantarlo e diventarne il vero e unico protagonista.

“Qui rido io” è ricco di numerosi spunti simili che richiamano la storia del teatro italiano con i suoi autori e interpreti più noti. In questo senso, Martone ha svolto un eccellente lavoro di contrappunto documentario che attribuisce alla pellicola un valore informativo aggiunto su un periodo storico fondamentale della tradizione teatrale italiana.

Come ogni commedia che si rispetti, l’ilarità e la gioia collettiva si alternano a momenti crudi e tristi che approfondiscono la vita personale e la psicologia di Scarpetta, autore e attore protagonista della farsa della sua vita. Per Scarpetta, infatti, i limiti tra vita e farsa sono confusi per non dire inesistenti. Non solo perché la sua opera prende ispirazione dalla vita popolare e i personaggi che mette in scena esagerano precise categorie umane, ma anche perché gli attori nelle sue opere furono i numerosi figli (si parla di 9) che ebbe dalla moglie, Rosa De Felippo, dalla sorellastra della moglie, Anna De Felippo, e dalla nipote acquisita, Luisa De Felippo. I figli di quest’ultima, mai riconosciuti da Scarpetta, saranno i veri eredi dell’ispirazione artistica paterna: Annunziata (detta Titina), Eduardo e Giuseppe (detto Peppino) fonderanno più tardi la compagnia del Teatro Umoristico “I De Filippo”.

Una famiglia estesa che tra gioie, litigi e rinunce vive insieme grazie al teatro e per il teatro, sotto l’ala protettrice ma autoritaria del patriarca Scarpetta. La rappresentazione cinematografica è inclemente e non tace nessun aspetto della vita sensuale del commediografo. Ne viene fuori il ritratto a tratti comico e a tratti tragico di un carattere istrionico ed egocentrico che alla passione per il teatro e all’applauso del pubblico ha sacrificatola vita della sua famiglia, impotente, e in balia di risate e ricchezza così come di lacrime e sofferenza. La scritta “Qui Rido Io,” da cui il titolo del film è tratto, è il simbolo di questa combinazione di successo di commedia e rappresentazione storica dell’autoritarismo della famiglia tradizionale italiana. La frase, infatti, campeggiava sulla parete della sontuosa Villa La Santarella costruita sulla collina del Vomero con gli incassi di una unica opera—“'Na Santarella” appunto—e dove l’intera famiglia visse fino alla vendita.

Forse uno degli avvenimenti più interessanti raccontati nel film è la diatriba giuridica che coinvolse Gabriele D’Annunzio e Scarpetta. Nel 1906 il Vate D’Annunzio decise di intentare una causa per plagio al commediografo che aveva scritto e inscenato “Il figlio di Iorio”, parodia dell’opera dannunziana “La figlia di Iorio”. La parodia si dice fosse stata un grande insuccesso dopo il quale la carriera di Scarpetta si interruppe, ma Martone racconta un’altra versione. Adottando il tono comico e parodico di Scarpetta, il regista trasforma questa causa epocale durata tre anni nell’ultima vera parodia scarpettiana ai danni del poeta D’Annunzio. Al cantore aureo che parla del popolo con parole sublimi ed eleganti, tuttavia distaccate e superiori, e alla sua forma aulica e aristocratica di poesia, Martone contrappone il burlone scurrile ed esagerato e la sua poesia dialettale, irriverente e di pancia, che però parla al popolo dalla prospettiva del popolo. La vittoria della causa da parte di Scarpetta che conclude il film vuole essere la vittoria di quest’ultima tipologia di arte e soprattutto della libertà di espressone che deve sempre caratterizzare ogni forma di rappresentazione artistica.

Le risa di Scarpetta echeggiano nell’aula di tribunale tra gli applausi e gli schiamazzi del pubblico a chiusa della sentenza che definisce la parodia non reato. La telecamera piano piano si allontana, retrocede tra gli spettatori e si unisce ad acclamare l’attore nell’atto finale del suo ultimo successo, dove è ancora lui ad avere l’ultima risata.

Teresa Valentini

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