Guido Cocomello ci parla
di “So I married a mangiacake”

di Alessio Aletta del 21 December 2021

LOS ANGELES – Guido Cocomello, italo-canadese nato e cresciuto a Montreal, è un comico e attore cinematografico (lo si può vedere tra l’altro in “Being the Ricardos” di Aaron Sorkin, con Nicole Kidman, disponibile proprio da oggi su Prime Video). Il suo ultimo lavoro è un one-man show in lingua inglese, da lui interamente scritto e recitato: “So I married a mangiacake”. In questo spettacolo la storia personale di Guido e della sua famiglia si intreccia a une serie di considerazioni e aneddoti sulle nostre differenze culturali. “So I married a mangiacake” ha esordito lo scorso ottobre a Montreal, facendo il tutto esaurito; sull’onda di questo successo, il mese prossimo lo show sarà replicato a Montreal (Leonardo Da Vinci Centre, 15 gennaio) e poi a Toronto (The Royal Theatre, 22 gennaio). L’autore/interprete ce ne parla al telefono, dalla sua casa in California.

Partiamo proprio da questa parola, “mangiacake”: che cosa significa per te?
«“Mangiacake” è qualcosa che dicevano i primi italiani arrivati qui, quando andavano al lavoro e vedevano tutti i canadesi che mangiavano un certo genere di alimenti, come quel pane bianco che hanno loro. Per me è una cosa divertentissima che mostra anche le nostre differenze culturali. Quando io ho sposato mia moglie, che è nata e cresciuta a Ottawa, ho toccato con mano queste differenze a partire proprio da come si mangia: per noi il cibo è come una religione, io amo come gli italiani riducano qualsiasi cosa al cibo, comincia sempre tutto da lì. Però non è che “mangiacake” sia un insulto. Nel mio spettacolo non dico certo che loro sono strani o che noi siamo meglio, è molto inclusivo: quindi questo mi è sembrato un titolo appropriato e divertente per tutti».

Con tua moglie, la “mangiacake” del titolo, avete anche due bambini: capitano delle divergenze anche su come crescerli, oppure riuscite a gestire tutto in maniera più o meno pacifica?
«Certo, ci sono delle differenze. Innanzitutto non esistono più quel tipo di cose che ho visto io con i miei genitori, gli schiaffi, la cintura eccetera (ride, ndr). La cosa principale che mia moglie mi ha insegnato in questo ambito è che possiamo parlare ai bambini come con degli amici, invece di fare discorsi tipo “Io sono tuo padre e questa è casa mia, si fa come dico io e se vuoi andare vai”. Una volta le regole erano più rigide, ora si è un po’ più rilassati: la severità che mio padre usava con me è servita per la mia capa tosta ma forse non è la strategia migliore per un bambino (anche di questo parlo nel mio spettacolo). La relazione che ha mia moglie con i suoi genitori è una cosa bellissima: quando lei è al telefono con i suoi non so se stia parlando con un’amica, mentre per me è sempre una guerra; mia moglie non vede l’ora di vederli, a me con mia mamma viene l’acidità di stomaco».

Tu oramai vivi da qualche anno negli USA…
«Sì, in California, vicino Hollywood. Era il mio sogno fin da piccolo di venire qui a L.A. A darmi la spinta finale sono stati mia moglie e la morte di mio padre, avvenuta una settimana prima del mio matrimonio. Questi due eventi, che descrivo nel mio spettacolo, mi hanno dato il coraggio di seguire quel sogno. Quindi siamo venuti qui in America, io mia moglie e i miei due figli: il più grande, che ho chiamato Erasmo come mio padre, aveva solo tre anni, e il secondo, Marcello, pochi mesi. Questa storia si intreccia con le tante storie sulle culture diverse che io ho visto e vissuto stando con mia moglie, andando a casa sua per Natale… ma è soprattutto la mia storia personale. Prima di incontrare mia moglie io non avevo struttura, ero sempre fuori, sempre a far festa; con mia moglie e dopo la morte di mio padre ho ripensato a tutte le cose che lui aveva cercato di spiegarmi, e nello spettacolo c’è tutto questo».

Da quello che hai visto trasferendoti da Montreal alla California, secondo te ci sono delle particolarità dell’esperienza italo-canadese rispetto a quella degli italiani negli Stati Uniti?
«Tutto sommato è la stessa cosa (per questo porteremo lo spettacolo anche a New York, Boston, Los Angeles…). Se proprio, la mia percezione è che tutti gli italiani che ho incontrato in Canada erano proprio “italiani dell’Italia”, quindi per me forse la differenza è che gli italiani in Canada sono in generale più legati all’Italia rispetto a quegli italiani negli Stati Uniti che sono venuti qui magari all’inizio del ‘900, mentre i miei genitori sono venuti a Montreal nel ’60».

Qualche anno fa avevi portato in Italia un altro spettacolo, “Crisi d’identità”, in cui raccontavi la realtà italo-canadese agli italiani. Questo è un po’ l’altro della medaglia?
«Quel primo spettacolo potremmo quasi dire che era un prequel. In un certo senso era più dalla mia prospettiva: parlavo del fatto che in Canada mi chiamavano italiano, ma poi andavo in Italia e mi dicevano che ero americano… magari quando ordinavo un cappuccino alle tre del pomeriggio. Ma se non sono italiano, non sono canadese, allora cosa sono? Insomma, queste erano le domande che mi facevo. Invece ora, anche dopo essere diventato padre, ho più esperienza e questi aspetti alla fine si combinano».

Guardando anche al grande successo che “So I married a mangiacake” sta avendo, secondo te in Canada si sente un po’ la mancanza di spettacoli che affrontano questi temi?
«Ho visto molti comici italiani che fanno stand up comedy, alcuni anche bravissimi, ma la mia è una cosa diversa. Io voglio fare le cose a modo mio: il mio non è uno stand-up ma un one-man play, molto personale; cose come questa io non ne ho viste, e molti che hanno assistito allo spettacolo mi dicono la stessa cosa. Nel mio show a Montreal tra il pubblico poi c’erano anche dei non italiani, libanesi, armeni… e anche loro hanno capito tutto; è uno spettacolo che riguarda un po’ tutti i migranti, non solo gli italiani, perché è la mia storia, non ci sono solo le barzellette».

Questo spettacolo è scritto e interpretato interamente da te; pensando ai tuoi altri progetti e alla tua parallela carriera cinematografica, quanto cambia il dover reggere un intero spettacolo da solo? Ti pesa oppure apprezzi l’avere il totale controllo creativo?
«Avere il controllo mi piace; certo, la pressione è maggiore, ma io lavoro meglio così, perché se il successo arriva è mio, e se no, è colpa mia. Facendo l’attore invece ci sono tanti elementi, tanta gente che ti dice cosa puoi fare e cosa non puoi fare. Poi quando ti chiamano per fare un provino ci sei tu e altre mille persone, allora preferisco fare da solo. Mio padre mi diceva sempre: “Sei vuoi qualcosa, vattela a prendere”, e questo aspetto aggressivo è un dono di mio padre ed è l’aspetto che mi piace di più della cultura italiana. Invece di aspettare che mi dessero da lavorare ho sempre scritto, ho lavorato nella stand-up comedy, ho inciso un album comico. Insomma, conosco il business e non mi aspetto regali: mi piace scrivere, mi piace esibirmi. Attore, stand up, one man show, non importa: io voglio divertire».

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