Cultura

Gibson sceglie l’Italia per la resurrezione di Cristo

TORONTO – Mentre Hollywood si gratta la testa per il calo dei botteghini, Mel Gibson è attualmente immerso a Toronto, a guidare la fase intensiva di post-produzione per il suo prossimo epico film, La Resurrezione di Cristo. Sebbene la scelta del Canada per il mixaggio sonoro e gli effetti visivi renda il progetto attuale, la vera anima di quello che probabilmente diventerà il capolavoro della carriera di Gibson appartiene interamente all’Italia.

Oltre vent’anni dopo che La Passione di Cristo – autofinanziata da Mel Gibson – colse di sorpresa l’industria, il regista è pronto a dare a una Hollywood stagnante un’altra lezione su come riportare il pubblico nei teatri.

È una lezione di cui i grandi studi hanno disperatamente bisogno. In un’epoca dominata da crociati incappucciati e sequel stanchi di franchise, Hollywood rimane completamente cieca al fatto che la storia di Cristosia il film di supereroi definitivo. Ecco una figura che compie miracoli, affronta il male cosmico, supera i confini fisici della morte e comanda una fanbase multimillenniale.

Eppure, i dirigenti tradizionali degli studi si rifiutano continuamente di scommetterci sopra, terrorizzati dal peso culturale. Per non parlare del fatto che molti studi sono troppo creativamente falliti per affrontare il materiale con genuina riverenza artistica.

Gibson, operando interamente al di fuori del sistema degli studi, non soffre di tali esitazioni. Per tracciare il denso e non lineare viaggio metafisico della discesa di Cristo all’inferno per condurre una guerra soprannaturale contro gli angeli caduti – un concetto teologico radicato in 1 Pietro 3:19 e Efesini 4:9 – Gibson scelse di non usare i green screen ed è tornato al cuore del cinema italiano a Roma (Cinecittà).

Il progetto rappresenta una testimonianza enorme dell’industria cinematografica locale. Le estenuanti riprese di 134 giorni si sono appoggiate fortemente all’artigianato di troupe italiane, tecnici e artisti locali, investendo milioni nell’economia interna durante un periodo finanziariamente molto precario.

La scenografia era ancorata all’interno dello storico Teatro 5 degli Studi Cinecittà di Roma, la leggendaria casa creativa di Federico Fellini, mentre gli antichi e aspri paesaggi di Matera e Puglia fornivano un’autenticità visiva che nessun algoritmo informatico poteva replicare. Inoltre, Gibson si circondò deliberatamente di talenti italiani di alto livello, arruolando attori locali acclamati come Riccardo Scamarcio per interpretare Ponzio Pilato e scegliendo la star emergente nata a Roma Mariela Garriga per Maria Maddalena.

Gibson ha emulato persino le tecniche del chiaroscuro di Caravaggio per elevare il materiale da semplice dramma storico a un’opera d’arte profonda e visiva.

“Penso che il suo lavoro sia bellissimo. È violento, è oscuro, ha una strana sorta di luce spirituale… Volevo che [questo film] sembrasse un dipinto di Caravaggio”.

La Resurrezione di Cristo tratta la comunità cinematografica italiana non come uno sfondo passivo, ma come un motore creativo vitale.

La filmografia di Gibson è una testimonianza della filosofia secondo cui il vero cinema non si costruisce nelle sale del consiglio aziendale, ma si crea attraverso passione, eredità e storia. Quando il film arriverà finalmente nelle sale, Hollywood si chiederà come un progetto indipendente abbia rubato nuovamente la scena mondiale.

E quando Hollywood alla fine smonterà l’anatomia del prossimo miracolo al botteghino di Mel, scopriranno che l’Italia era l’ingrediente segreto.       

Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix

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