Cultura

La pericolosa trappola dei sussidi italiani

TORONTO – Al MIA Market annuale di Roma questa settimana, l’associazione dei produttori italiani (APA) ha pubblicato una dura panoramica del settore: gli investimenti in film, TV e contenuti streaming italiani sono crollati del 7,4% a 2 miliardi di euro, segnando la spesa di produzione più bassa degli ultimi sette anni. Mentre i rappresentanti del settore indicano un cambiamento di spettatori, il rapporto evidenzia esplicitamente il vero colpevole: il panico persistente e l’incertezza sistemica riguardanti i finanziamenti pubblici controllati dallo Stato e i crediti d’imposta.

Oggi, l’industria cinematografica italiana opera in gran parte in una preoccupante trappola di sussidi. Invece di progettare modelli di business sostenibili supportati da private equity e pre-vendite internazionali, i registi indipendenti sono diventati completamente dipendenti da sovvenzioni dirette del governo del Ministero della Cultura.

Il risultato è una “industria fantasma” in cui centinaia di film vengono prodotti ogni anno per innescare pagamenti statali, proiettati brevemente in sale vuote prima di scomparire. Quando il governo Meloni ha restretto l’accesso burocratico a questi crediti d’imposta lo scorso anno, l’industria eccessivamente dipendente si è semplicemente fermata. Ha dimostrato che dipendere dai finanziamenti governativi per sopravvivere invece di concentrarsi su ciò che il pubblico vuole davvero è una ricetta per un disastro aziendale.

Il danno reale causato da questo modello economico fallito è perfettamente illustrato confrontando queste due uscite indipendenti dal 2024 al 2026: Parthenope di Paolo Sorrentino (Italia) e Longlegs di Osgood Perkins (USA).

Per i non iniziati, Parthenope è un dramma ampio e visivamente opulento dedicato alla città di Napoli, trattato come un grande trionfo culturale europeo. Tuttavia, poiché l’apparato di finanziamento italiano pesa fortemente sui registi di prestigio, il progetto si è gonfiato fino a un budget impressionante di 32,6 milioni di euro, fortemente protetto dai crediti d’imposta italiani.

Pur essendo culturalmente celebrato, Parthenope ha incassato solo 11,7 milioni di dollari in tutto il mondo, lasciando un deficit di circa 20 milioni di euro non assorbito dal libero mercato. In qualsiasi ecosistema commerciale sano, una perdita di tale portata distruggerebbe una casa di produzione. Eppure, poiché i cuscinetti statali hanno assorbito il colpo, i produttori non hanno subito un reale svantaggio finanziario, evidenziando come il finanziamento pubblico distacca attivamente il cinema dalla realtà economica.

Al contrario, il modello indipendente americano opera su un asse di sopravvivenza completamente diverso. Prodotto completamente al di fuori del sistema degli studi di Hollywood, il film horror psicologico Longlegs disponeva di un budget esile inferiore ai 10 milioni di dollari. Privo di una rete di sicurezza federale, i suoi registi si affidavano al private equity e alle pre-vendite aggressive di territori.

Poiché la sopravvivenza della casa di produzione dipendeva interamente dalla presenza del pubblico, la pressione del mercato ha imposto un’estrema innovazione dei consumatori. Il distributore, Neon, ha realizzato una campagna di marketing digitale virale che ha trasformato il film in un evento cinematografico globale, portando a un incassato storico di 128 milioni di dollari al botteghino mondiale.

Il contrasto è netto: il modello statale italiano spesso crea film troppo costosi per stanze vuote. Nel frattempo, il mercato americano costringe i registi indipendenti a rimanere creativi e fortemente concentrati sul conquistare il pubblico globale solo per sopravvivere. Se il cinema italiano vuole sopravvivere all’attuale congelamento dei finanziamenti, deve rompere la dipendenza dallo Stato e rendersi conto che il rischio di mercato non è nemico dell’arte, e può talvolta essere il suo più grande catalizzatore.

Poster dei film per gentile concessione di A24 e Neon      

Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix

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