Canada

First Nations da Carney, ma i giovani protestano

OTTAWA – A oltre vent’anni dall’ultimo incontro, i leader delle First Nations si sono riuniti ieri a Ottawa con il primo ministro Mark Carney ed alcuni premier provinciali (era assenti quelli di Alberta, British Columbia e Québec) per discutere il futuro delle comunità indigene ed il rapporto con i governi sullo sviluppo economico del Paese. Il meeting precedente risale al 2005, quando i colloqui dell’Accordo di Kelowna riunirono l’allora primo ministro liberale Paul Martin, i premier provinciali ed i rappresentanti indigeni per individuare misure volte a ridurre le disuguaglianze socioeconomiche: un accordo rimasto sulla carta, visto che pochi mesi più tardi si insediò il governo conservatore di Stephen Harper.

A distanza di oltre due decenni, dunque, il confronto si è riaperto in un clima di tensione, con il governo Carney deciso ad accelerare la realizzazione dei grandi progetti infrastrutturali ed estrattivi e diverse First Nations preoccupate per le conseguenze sui propri diritti territoriali e, al tempo stesso, divise al loro interno.

In apertura dei lavori, Cindy Woodhouse Nepinak, leader nazionale dell’Assembly of First Nations, ha ribadito che le comunità indigene, che abitavano il Canada molto prima che venissero tracciati i confini coloniali da inglesi e francesi, devono essere coinvolte nelle decisioni relative ai progetti federali. «Siamo qui per costruire prosperità e benessere per i nostri figli e per le prossime sette generazioni», ha dichiarato, sottolineando che «non può trattarsi soltanto di portare avanti i grandi progetti il più velocemente possibile». Ma c’è anche chi, come Eva Clayton, presidente della Nisga’a Nation, ha dichiarato di sostenere i piani del governo federale.

«Il nostro compito – è poi intervenuto il primo ministro Carney – è duplice. In primo luogo, dobbiamo lavorare insieme per creare opportunità per tutti i nostri popoli, costruendo un Paese più forte, più sovrano e più indipendente», ha affermato. «In secondo luogo, dobbiamo tradurre pienamente in pratica i nostri valori, costruendo un Canada equo e inclusivo». Proclami a parte, però, il nodo centrale resta quello della strategia del governo per accelerare le grandi opere. Nel 2025, dopo la sua elezione, Carney ha promosso una legge per istituire un nuovo ufficio incaricato di semplificare le procedure per approvare i progetti entro un anno. I leader di diverse First Nations hanno avvertito che scadenze così ristrette rischiano di compromettere i loro diritti e di provocare ricorsi giudiziari. E le tensioni riguardano molti temi: le rivendicazioni territoriali nella British Columbia, il progetto dell’oleodotto Pacific Link in Alberta e lo sviluppo minerario del Ring of Fire, in Ontario.

Proprio su questi terreni, il confronto istituzionale si intreccia con la protesta delle nuove generazioni delle First Nations. Ieri, all’esterno della sede dell’incontro, alcuni giovani hanno contestato sia l’agenda del governo sia la propria esclusione dalle trattative, chiedendo di essere coinvolti nelle decisioni destinate ad incidere sul futuro dei loro territori.

Come riferisce The Canadian Press / CTV (qui), Jeronimo Kataquapit ha criticato il governo federale e l’Assembly of First Nations per la mancanza di una rappresentanza giovanile al tavolo. «Questi grandi progetti non possono andare avanti senza il nostro consenso libero, previo e informato. Sono i giovani a rischiare di subire maggiormente le conseguenze delle decisioni prese oggi da tutti i leader, indigeni e non indigeni», ha dichiarato. Katisha Paul, attivista per i diritti dei giovani e delle donne, ha contestato il mandato dell’Assembly of First Nations a negoziare per conto delle comunità, accusando alcuni capi eletti di non dare sufficiente spazio alle istanze dei propri popoli. «Oggi non sono in quella stanza, ma posso immaginare e supporre che le voci dei nostri antenati non vengano ascoltate, espresse né valorizzate, perché molti dei capi dei consigli di comunità eletti hanno perso la propria strada», ha affermato.

I giovani indigeni, dunque, contestano sia il governo federale che i propri leader, forse nel timore che chi dovrebbe opporsi al potere ne abbia ormai adottato le stesse logiche…

Nella foto in alto, un momento del meeting (X – @MarkJCarney)

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