Commercio, riparte la trattativa Canada-Usa
TORONTO – Eppur si muove. Faticosamente, tra mille difficoltà, tra interessi contrapposti ed esigenze antitetiche, la trattativa tra il Canada e gli Stati Uniti sui dazi doganali è silenziosamente ripartita, lontana dai riflettori e dalle telecamere, a due mesi di distanza da quel 21 agosto, giorno in cui il primo ministro Mark Carney decise di bloccare l’’accordo che sembrava ad un passo.
Dopo settimane in cui le due parti non si sono nemmeno cercate, i funzionari delegati dalle due amministrazioni hanno ricucito i rapporti e si sono rimessi a trattare attorno al tavolo del negoziato. E questo per vari motivi. Il primo, che è anche il più ovvio, è che al netto della narrazione di Donald Trump, la guerra commerciale sta colpendo duramente entrambi i Paesi: non conviene veramente a nessuno prolungare il braccio di ferro su tariffe e controdazi, servirebbe quindi un nuovo accordo che faccia sotterrare le asce di guerra e che serva anche da base per il rinnovo del trattato Cusma, l’accordo di libero scambio che non è stato esteso da Canada, Stati Uniti e Messico.
Trump sta attraversando una fase di difficoltà oggettiva in vista delle elezioni di midterm, un appuntamento alle urne che potrebbe far perdere al Partito Repubblicano il controllo di una o addirittura di entrambe le camere del parlamento americano. Trovare un accordo con Ottawa, quindi, potrebbe servire all’inquilino della Casa Bianca in chiave elettorale, soprattutto in quegli Stati – Michigan in primis – dove le tariffe volute da Washington stanno avendo degli effetti catastrofici sull’economia locale.
Allo stesso tempo anche il Canada preme per arrivare a un accordo che porti un minimo di stabilità. Ad agosto la trattativa naufragò all’ultimo secondo proprio perché l’amministrazione americana decise di inserire delle clausole aggiuntive ritenute inaccettabili e irricevibili dal governo canadese. Ora dalle due parti si sta lavorando sulla base dell’accordo che era stato raggiunto in precedenza, con la trattativa che si pone l’obiettivo di superare le distanze e di trovare una sintesi per sbloccare lo stallo.
D’altro canto da parte americana si continua a sostenere che lo stop in zona Cesarini voluto da Carney durante l’estate fosse stato dettato da regioni di politica interna: le elezioni in Quebec – con la potenziale vittoria dei separatisti del Parti Quebecois, che tra l’altro si è materializzata – e soprattutto il referendum che avrebbe aperto le porte alla secessione in Alberta. Se la tesi di Washington fosse aderente alla realtà, anche l’atteggiamento di Ottawa dovrebbe essere più morbido e di conseguenza un accordo tra le due parti dovrebbe essere più vicino.
Detto questo, Trump rimane Trump, e quindi non si può sperare che improvvisamente cambi il suo atteggiamento. Nella sua ultima tappa a Detroit, dove è intervenuto per dare manforte ai candidati repubblicani, ha ricordato come “il Canada continui a fregarci: lo sta facendo da anni. Ma adesso – ha poi aggiunto il presidente americano – sono disperati, firmerebbero subito un accordo”. Parole peraltro ribadite anche da segretario al Commercio Howard Lutnick e da Kevin Hassett, direttore del National Economic Council e uno dei principali consiglieri di Trump sui temi economici e commerciali.
E non è passata inosservata la decisione di venerdì da parte dell’amministrazione americana di eliminare alcuni prodotti dalla lista dei beni provenienti dal Canada soggetti a tariffe aggiuntive del 50 per cento. Si tratta di prodotti marginali, che non hanno una grande incidenza sulla bilancia commerciale. Ma la mossa potrebbe essere valutata come un gesto di buona volontà da parte di Washington in vista di un futuro accordo complessivo sul commercio.

