Canada

L’Alberta boccia il referendum ma la sfide restano sul tavolo

TORONTO – No al referendum separatista, no alla secessione. I votanti in Alberta hanno bocciato la richiesta di indizione di un futuro referendum vincolante che in caso di vittoria avrebbe aperto le porte all’indipendenza della provincia dal resto del Canada. Con la conta dei voti ormai completata, il fronte del “Remain” ha agguantato il 75,5 per cento delle preferenze, mentre gli indipendentisti non sono andati oltre il 24,5 per cento dei voti.

Sono stati quindi pienamente rispettati i sondaggi della vigilia, che davano l’istanza secessionista appoggiata da un votante su quattro e non si è venuto a creare l’effetto Brexit: nel Regno Unito nel 2016 il voto ribaltò completamente le previsioni fatte nelle settimane precedenti l’appuntamento alle urne. Sono ancora soggetti allo spoglio delle schede gli altri nove quesiti referendari – immigrazione, istruzione, Sanità, regime pensionistico – nei quali veniva chiesto agli aventi diritto di esprimersi sulla richiesta di una maggiore autonomia del governo provinciale da Ottawa. In otto quesiti su nove, l’istanza autonomista è leggermente in vantaggio.

Grande soddisfazione per Mark Carney e Danielle Smith. Il primo ministro, intercettato dai giornalisti poco prima del Consiglio dei Ministri, ha ringraziato gli elettori dell’Alberta per “aver fatto la scelta giusta”. “I residenti dell’Alberta hanno scelto l’unità per andare avanti con grandi ambizioni insieme al resto del Paese. È un grande risultato per il Canada – ha continuato Carney – hanno scelto di continuare a farsi carico degli altri e ad andare avanti con un unico obiettivo comune”.

Il primo ministro ha confermato di aver sentito telefonicamente la premier dell’Alberta e di aver discusso con lei delle priorità e delle sfide future. Ed è proprio questo il nodo che dovrà essere sciolto dai due livelli di governo, perché se è vero che in qualche modo è stata disinnescata la minaccia secessionista, i problemi e il malcontento che hanno alimentato l’istanza separatista rimangono ancora lì, parzialmente irrisolti e in attesa di risposte concrete. Le organizzazioni che hanno sostenuto la secessione – Alberta Prosperity Project (APP) e Stay Free Alberta, tra le altre – hanno già fatto sapere che continueranno la loro azione politica che ha come obiettivo l’indipendenza. Anche perché il 24,5 per cento dei voti è un bel serbatoio di consenso, che vorrebbero tradurre in voti per una eventuale futura nuova forza politica.

Quello che probabilmente è mancato al movimento indipendentista è stata una leadership politica autorevole, capace di indirizzare il malessere che si avverte in molte aree della provincia: l’obiettivo sarà intraprendere un percorso simile al Quebec, dove le forze secessioniste rappresentano la base elettorale del Parti Quebecois, che ha vinto le ultime elezioni provinciali e che ha come primo punto del programma l’indizione di un nuovo referendum sull’indipendenza.

Ottawa e il governo provinciale dovranno per forza di cose tenere conto di queste problematiche e concretizzare quanto annunciato nelle ultime settimane: nuovi investimenti nella provincia, allentamento dei legacci che zavorrano il comparto energetico dell’Alberta e smantellamento delle limitazioni regolamentari attivate nei dieci anni di governo Trudeau che sono state giudicate come una delle cause scatenanti che hanno portato a questo referendum.

Insomma, la prima partita è stata vinta, ma le sfide – molte delle quali estremamente complicate – restano sul tavolo: sta alla politica fornire risposte per evitare che la brace continui a covare sotto la cenere, con il rischio che si trasformi in fiamma viva in un prossimo futuro.

In alto, Mark Carney di fronte a una platea di unionisti (foto: X – Carney)

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