La “scuola di carta”: quando i giornali insegnavano l’italiano agli emigrati
Ogni anno, la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo invita a riflettere sul valore di una lingua che, ben oltre i confini nazionali, continua a vivere nelle comunità degli italiani all’estero. Ma come si costruisce il legame con l’italiano quando si vive lontano dal paese d’origine? E quale ruolo hanno avuto, nella storia dell’emigrazione, gli strumenti capaci di far circolare quella lingua tra persone provenienti da regioni e tradizioni diverse?
Una risposta arriva dalle pagine ingiallite dei giornali italocanadesi degli anni Trenta e Quaranta. In un’epoca in cui la stampa rappresentava ancora uno dei principali strumenti di informazione e di circolazione della lingua, i giornali in italiano offrivano agli emigrati molto più di notizie dall’Italia e dal Canada: uno spazio nel quale incontrare una lingua comune, riconoscersi come comunità e dare voce alla propria esperienza nel nuovo mondo.
È qui che prende forma l’idea di una «scuola di carta»: non un’aula, né un’istituzione scolastica, ma un luogo quotidiano di incontro con l’italiano scritto. Una scuola senza banchi né maestri, nella quale le parole dei giornali potevano avvicinare dialetti, esperienze migratorie e nuove realtà sociali.
Per molti emigrati, infatti, l’italiano scritto non coincideva con la lingua della quotidianità. Le parole degli affetti, della famiglia e del paese lasciato alle spalle erano soprattutto quelle del dialetto: il napoletano, il siciliano, il veneto, l’abruzzese e tante altre varietà che raccontavano origini e appartenenze. L’italiano comune, invece, poteva rappresentare un codice da imparare, riconoscere e condividere.
In questo spazio, sospeso tra la lingua delle radici e quella della nuova vita, la stampa italocanadese acquistò un significato particolare. I giornali non portavano soltanto notizie, ma contribuivano a costruire un linguaggio comune per una comunità che, pur condividendo un’origine nazionale, era tutt’altro che linguisticamente uniforme.
Tra gli anni Trenta e il 1944, la stampa italiana in Canada si sviluppò in un contesto segnato da profonde tensioni politiche e sociali. Le diverse testate esprimevano orientamenti anche contrapposti, ma si rivolgevano spesso a lettori accomunati dalla necessità di orientarsi in una società nuova, nella quale l’inglese occupava uno spazio crescente. Il giornale diventava così un ponte tra mondi diversi: quello della memoria italiana e quello della vita canadese.
Basta soffermarsi sulla lingua per cogliere questa funzione. Una scrittura diretta, parole riconoscibili, frasi incisive e formule ricorrenti potevano rendere più accessibili i contenuti a lettori con esperienze scolastiche e competenze linguistiche differenti. L’invito «Votate e fate votare», pubblicato su Il Bollettino italo-canadese il 25 luglio 1930 (qui sotto), mostra come poche parole potessero trasformarsi in uno strumento di partecipazione e coinvolgimento della comunità.
Non si trattava necessariamente di insegnare l’italiano in modo esplicito, ma di renderlo presente, leggibile e utilizzabile nello spazio pubblico.
Anche la scelta delle parole aveva un peso. Termini legati al lavoro, alla famiglia, alle associazioni e alla partecipazione civile contribuivano a costruire un vocabolario condiviso. Leggendo le stesse espressioni e ritrovandole in contesti diversi, i lettori potevano familiarizzare con un italiano che non apparteneva esclusivamente alla scuola o ai libri, ma alla loro esperienza quotidiana.
E poi c’era il Canada, con le sue istituzioni, le sue organizzazioni e i suoi luoghi di lavoro. Nelle pagine italiane comparivano anche denominazioni inglesi, nomi ufficiali ed espressioni legate alla realtà locale. Un esempio significativo si trova in L’Araldo del Canada del 14 giugno 1930, nell’articolo «L’Italia vista dall’estero», dove il motto politico «Canada First» viene accompagnato da una spiegazione in italiano: «Il “leader” dei conservatori ha definito la politica del suo partito con il motto “Canada First”, ossia politica di protezione per i canadesi, di sviluppo delle risorse naturali del Canada, dell’agricoltura e dell’industrie». L’espressione inglese non viene semplicemente riportata: il testo ne esplicita il significato, rendendolo accessibile al lettore italofono. È un esempio concreto di come la stampa potesse mediare tra la lingua d’origine e il contesto politico del paese d’accoglienza, aiutando i lettori a familiarizzare con parole e concetti della nuova realtà sociale. La lingua dell’emigrazione non viveva dunque isolata: si trasformava nel confronto quotidiano con la realtà canadese, diventando uno strumento per comprendere e raccontare un mondo nuovo.
Questa storia invita a guardare alla stampa comunitaria da una prospettiva diversa. I giornali non furono soltanto custodi di una lingua portata dall’Italia, ma anche luoghi nei quali quell’italiano veniva selezionato, adattato e condiviso. Tra dialetti, scrittura giornalistica e contatto con l’inglese prendeva forma una voce pubblica capace di rappresentare esperienze differenti.
La «scuola di carta» non era una scuola nel senso tradizionale del termine. Era piuttosto uno spazio culturale nel quale la lingua poteva diventare un patrimonio comune, mentre la comunità imparava a raccontarsi e a riconoscersi. Le pagine ingiallite dei giornali conservano oggi le tracce di questo processo: non soltanto la memoria degli emigrati, ma anche il lavoro quotidiano attraverso cui una lingua attraversa i confini e cambia insieme a chi la parla.
Rileggere quelle pagine significa quindi riscoprire una parte meno visibile della storia italocanadese. Dietro ogni articolo, ogni annuncio e ogni parola scelta per raggiungere i lettori si intravede una comunità impegnata a costruire il proprio posto nel nuovo mondo.
In occasione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, questa storia ci ricorda che la diffusione dell’italiano non è mai dipesa soltanto dalle istituzioni scolastiche o dalle iniziative ufficiali. A sostenerla sono stati anche giornali, associazioni, famiglie e comunità capaci di trasformare la lingua in uno spazio condiviso.
La «scuola di carta» degli emigrati appartiene al passato, ma la domanda che ci consegna è ancora attuale: come continuare a rendere l’italiano una lingua vissuta, parlata e capace di unire generazioni diverse? Nelle pagine della stampa italocanadese troviamo una risposta storica, ma anche un invito a guardare al futuro: una lingua rimane viva quando le persone continuano a farla propria, a trasformarla e a trasmetterla.
Marta Totaro
Marta Totaro è autrice del manoscritto in corso di pubblicazione “Parla l’Italia lontano: dialetti, italiano e forme espressive degli emigranti italiani in Nord America”
Le pagine dei giornali sono tratte dall’archivio online ” ‘Angelo Principe’ Italian Canadian Newspaper Collection ” della York University (consultabile qui)



