Italia

Ritorno alle radici, dall’America a Roseto Valfortore

FOGGIA – Per generazioni, da Roseto Valfortore si partiva guardando all’America come a una promessa di futuro. Dorina Lantella Martirano ha scelto il viaggio contrario: lasciare gli Stati Uniti e tornare nel paese da cui era partito suo padre.

Nata a Washington, D.C., e cresciuta tra cultura americana e tradizioni italiane, nel 2024 si è trasferita a Roseto Valfortore, sui Monti Dauni. Qui ha dato forma a Dorina’s Kitchen, un progetto in cui cucina, memoria e turismo delle radici diventano strumenti per ricostruire legami con la propria storia.

Da anni accompagna italoamericani e italo-canadesi nei luoghi dei loro antenati. Per lei Roseto non è mai stato soltanto il paese delle origini, ma il luogo in cui ha sempre riconosciuto qualcosa di profondamente suo.

Dorina, quando hai sentito che Roseto non era soltanto il paese delle tue origini, ma un luogo da chiamare casa?
“Ho frequentato la scuola materna a Roseto quando avevo quattro anni e credo che il mio legame con questo paese sia nato allora. Ricordo mia nonna che preparava la mia pastina in brodo preferita e la libertà di giocare per strada. Sono ricordi semplici, ma molto vivi. Roseto è entrato nella mia vita quando ero piccolissima e non mi ha mai lasciata”.

Qual è la storia della tua famiglia?
“Mio padre era di Roseto Valfortore. Nacque in Etiopia nel 1941, durante la guerra, ma crebbe a Roseto. Nel 1957, a sedici anni, partì per Washington, D.C., dove lavorò poi come barbiere per tutta la vita, mantenendo sempre un legame stretto con il paese. Anche la famiglia di mia madre ha origini italiane, siciliane e napoletane. Da mia nonna materna ho ereditato l’amore per la cucina e per il piacere di accogliere le persone attorno alla tavola.

Quando hai capito che volevi tornare?
“Forse già la prima volta che ho dovuto lasciare Roseto. Ogni partenza era difficile. Con gli anni quella sensazione è diventata più forte: il ritmo della vita, le persone, i rapporti umani e quel senso di appartenenza mi facevano sentire esattamente dove avrei voluto essere. Ho sempre saputo che prima o poi sarei tornata”.

Che cosa hai lasciato negli Stati Uniti?
“Nel 2024 abbiamo venduto praticamente tutto: la casa, le automobili e gran parte di ciò che possedevamo. La parte più difficile è stata lasciare i nostri sei figli, che oggi hanno tra i 25 e i 35 anni. Erano felici che seguissimo il nostro sogno, anche se per alcuni non era semplice accettare la distanza. Sono loro ciò che mi manca davvero dell’America”.

A Roseto ti sei sentita subito a casa o ancora “l’americana”?
“A Roseto mi sono sempre sentita a casa. Mi hanno sempre chiamata “Dorina a’ Mericane”, soprattutto per distinguermi da un’altra Dorina del paese. Ogni volta che arrivavo in Italia era come se le radici riconoscessero il terreno da cui provenivano. Non ho mai avvertito Roseto come un luogo estraneo”.

Che cos’è Dorina’s Kitchen?
“Nasce dalla cucina, ma va molto oltre. Il cibo è il punto di partenza, il linguaggio attraverso cui creare un legame. Con corsi di cucina, viaggi delle radici, esperienze culinarie e storie familiari cerco di aiutare le persone a ritrovare un rapporto con le proprie origini.
Al centro c’è quello che chiamo Roseto Effect Revival. Il nome richiama il Roseto Effect, studiato nella comunità di Roseto, in Pennsylvania, fondata da emigrati di Roseto Valfortore. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta i ricercatori osservarono una mortalità per infarto insolitamente bassa rispetto ad alcune località vicine; la forte coesione familiare e sociale fu indicata tra le possibili spiegazioni. Nel mio progetto quell’idea diventa il recupero di valori che hanno tenuto unite comunità come questa: famiglia, fede, rapporti umani, appartenenza e abitudine di ritrovarsi attorno a una tavola. Insegno la cucina tradizionale, faccio conoscere le storie del territorio e accompagno gli italoamericani nei luoghi delle loro famiglie, perché non li vivano soltanto da turisti ma come persone che ritrovano una parte della propria storia”.

La preparazione della pasta fresca durante un’esperienza culinaria di Dorina’s Kitchen (foto courtesy Dorina’s Kitchen)

Nel tuo progetto, quindi, la cucina è molto più del semplice cibo.
“Per me cucinare non ha mai significato soltanto preparare un piatto. Il cibo custodisce la memoria: a volte basta un profumo, un sapore o una ricetta per ritrovarsi nella cucina della propria nonna o a un pranzo di famiglia. Molte ricette sono passate da una generazione all’altra senza essere mai state scritte. Prepararle oggi significa continuare un racconto iniziato molto prima di noi. Quando insegno a fare la pasta o un piatto tradizionale di Roseto, cerco di custodire una piccola parte della nostra storia”.

Tra le persone che hai accompagnato alla ricerca delle proprie origini, quale storia ti è rimasta più nel cuore?
“Quella di Ruth, una donna adottata che ha scoperto di avere origini italiane soltanto a 78 anni. A ottant’anni è venuta a Roseto. L’ho accompagnata in Comune e, quando l’ufficio anagrafe le ha consegnato i certificati di nascita di suo padre e di suo nonno, li ha guardati e ha detto sottovoce: «Questo è il mio primo legame con qualcuno». Quelle parole mi hanno profondamente commossa. È stato un privilegio aiutarla a ricostruire una parte della propria identità. Negli anni ho assistito a molti altri ricongiungimenti, anche simbolici, con famiglie e luoghi d’origine: per chi scopre dopo una vita intera da dove viene può essere un passaggio molto profondo”.

Molti giovani continuano a lasciare il Mezzogiorno e le aree interne. Tu hai scelto il percorso opposto: che cosa vedi a Roseto?
“Vedo possibilità che forse diventano meno visibili a chi questi luoghi li ha avuti davanti agli occhi per tutta la vita. Ci sono storia, tradizioni, produzioni agricole, artigianato, paesaggi e un modo di vivere che molte persone, in altre parti del mondo, desiderano ritrovare. Vorrei unire una parte della mentalità imprenditoriale maturata negli Stati Uniti al legame con le mie origini italiane e trasformare ciò che già esiste qui in nuove occasioni. Se si costruiscono attività partendo dalle caratteristiche autentiche di questi territori, forse anche per i giovani sarà più facile immaginare un futuro senza considerare la partenza come l’unica possibilità”.

La preparazione della salsa di pomodoro secondo la tradizione, a Roseto Valfortore

Gli italiani all’estero e i loro discendenti possono avere un ruolo concreto nel futuro di paesi come Roseto?
“Sì. Il lavoro da remoto permette oggi di vivere in un piccolo paese mantenendo rapporti professionali con il resto del mondo, mentre tecnologia e social media possono aiutare produttori, artigiani e piccole attività a raggiungere un pubblico più ampio. Le comunità italiane all’estero portano inoltre esperienze, idee, conoscenze imprenditoriali e reti di relazioni. Mettere questo patrimonio in dialogo con le competenze e le tradizioni locali può creare nuove possibilità senza cancellare il modo di vivere di questi luoghi”.

Hai un rapporto forte anche con la comunità rosetana in Canada.
“Sì. Nell’area di Toronto, in particolare a Mississauga, molte famiglie hanno conservato un rapporto stretto con Roseto. Attraverso i miei tour ho accompagnato diversi italo-canadesi nel paese. Mi piacerebbe coinvolgere soprattutto figli e nipoti, perché possano scoprire Roseto non soltanto come il luogo di cui hanno sentito parlare in famiglia, ma come una parte della propria storia”.

Dopo tanti anni trascorsi tra due mondi, se qualcuno oggi ti chiede “Dov’è casa?”, che cosa rispondi?
“Roseto. Per me, oggi, casa è qui”.

Se potessi organizzare una cena a Roseto e invitare tre persone, chi vorresti a tavola?
“Infrangerei subito la regola dei tre posti e ne preparerei cinque, perché vorrei avere a tavola tutti i miei nonni: i genitori di mio padre, la donna che per lui divenne una seconda mamma e i genitori di mia madre. Mi piacerebbe che potessero vedere ciò che ho costruito. Oggi avrei molte più domande da fare loro rispetto a quando erano accanto a me”.

I tuoi antenati lasciarono Roseto alla ricerca di una vita migliore in America. Tu hai scelto di tornare. Che cosa hai trovato qui che l’America non poteva darti?
“Ho trovato un senso di appartenenza che altrove non avevo mai provato nello stesso modo. Ho ritrovato legami, affetti e una relazione con i luoghi della mia famiglia che per me hanno un valore profondo. Se dovessi racchiuderlo in poche parole, direi: amore, connessione e casa”.

Nella foto in alto, Dorina con il marito Pasquale Martirano durante un evento di Dorina’s Kitchen; qui sotto, Dorina con il cugino, lo chef Giuseppe Demonte, e i partecipanti a uno dei corsi di cucina di Dorina’s Kitchen (foto courtesy Dorina’s Kitchen)

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