Cultura

Guadagnino attacca il cinema commerciale

TORONTO – Il Festival di Locarno di quest’anno si è trasformato in un vivace palco per i registi indipendenti che vogliono esprimere le loro profonde frustrazioni verso l’industria. Luca Guadagnino (nella foto sopra) ha lanciato un attacco diretto alle scelte strutturali che paralizzano l’arte indipendente italiana, individuando una causa profonda nella storia della televisione italiana.

Guadagnino sosteneva che l’ascesa storica delle reti televisive private e commerciali ha danneggiato in modo permanente la produzione cinematografica nazionale. Il suo intervento ha riecheggiato le intense osservazioni di Marco Perego la scorsa settimana, che metteva in guardia gli artisti indie dal compromettere la vera arte cinematografica a favore di formule aziendali.

Secondo Guadagnino, questo cambiamento commerciale ha spezzato le fondamenta stesse di come le storie vengono raccontate visivamente.

Parlando davanti a una platea di produttori e creativi internazionali, Guadagnino ha affermato che “i film italiani moderni sono essenzialmente diventati sceneggiature televisive girate con telecamere leggermente migliori”. Sostiene che si tratti di un diluizione della forma in cui la distinzione tra cinema e televisione viene sistematicamente cancellata.

Invece di spingere i confini visivi, i progetti moderni si affidano a strutture piatte e ricche di dialoghi che dovrebbero essere posizionate su una piccola scatola televisiva piuttosto che su uno schermo cinematografico, secondo Guadagnino. Lui si rammarica che i registi italiani abbiano dimenticato come comporre immagini che parlano da sole.

In questo contesto, Guadagnino ha spiegato come il panorama nazionale sia diventato “sterile” perché i grandi finanziatori si affidano a formule sicure e istituzionali che sopprimono la autenticità di paternità e il rischio creativo.

Rafforzando l’accusa di Perego secondo cui finanziatori e burocrati gestiscono l’arte tramite fogli di calcolo, Guadagnino ritiene che il prodotto cinematografico italiano stia vivendo una stagnazione creativa.

Le voci degli autori sono costrette a filtrare i loro istinti creativi attraverso scatole prevedibili, dando priorità alla sicurezza rispetto alla sovversione.

Ma questa cultura aziendale sterile, secondo artisti indie come Guadagnino, elimina la caotica sperimentazione artistica necessaria a creare film classici e duraturi.

Questa struttura rigida è qualcosa che il regista conosce intimamente. Il suo film molto atteso Artificial – un progetto che tracciava l’ascesa del CEO di OpenAI, Sam Altman – fu improvvisamente abbandonato da Amazon MGM Studios nonostante fosse quasi terminato. I legami aziendali e le enormi partnership tecnologiche prevalsero sugli investimenti artistici, costringendo il regista a cercare strade indipendenti per salvare la visione dall’essere sepolta.

La casa di produzione di Guadagnino (Frenesy Film Company) ora sostiene con forza sangue nuovo. Sta producendo Ketticè, un dramma ambientato a Palermo diretto dal suo ex assistente Giovanni Tortorici. Il film evita deliberatamente Formule tipiche degli studi. Con l’icona del cinema Monica Bellucci, che ha vinto un importante premio di attrice al festival, il film combina il classico stile italiano con un audace punto di vista di formazione e di formazione.

Per Guadagnino, proteggere queste voci emergenti e non convenzionali è l’unico modo per far rivivere l’autorialità nazionale.

Se Guadagnino abbia esattamente ragione sull’argomento è una questione di opinione, ma sostenendo film come Ketticè sta sicuramente facendo la sua parte per coltivare l’espressione artistica.

O, come la vede lui, per proteggere la forma d’arte dal controllo aziendale.  

Foto di Ketticè per cortesia di Piper Films/Rai Cinema  

Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix

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