Gli italiani dietro uno dei favoriti all’Oscar
TORONTO – La storia del cinema internazionale è probabilmente ancorata ad un gruppo selezionato di produttori italiani visionari che si rifiutarono di lasciare che il linguaggio o i confini geografici limitassero il loro ambito artistico. Magnati i cui progetti finanziati erano ampi, ambiziosi e operistici, da blockbuster che hanno definito l’epoca a intensi pezzi psicologici di carattere.
Il molto atteso Paper Tiger di James Gray è solo l’ultimo capitolo di questa profonda eredità nazionale. Il dramma criminale è un tema centrale di discussione nel settore in questo momento, avendo appena celebrato la sua attesissima prima nordamericana come selezione della serata di apertura del New York Film Festival – in vista della sua uscita cinematografica prevista per il 20 novembre 2026.
Per capire perché i produttori italiani eccellono nel confezionare il cinema in lingua inglese, bisogna guardare ai titani del XX secolo che hanno fatto da apripista. Dino De Laurentiis è passato dalle radici neorealiste a plasmare la grinta americana con Serpico di Sidney Lumet (1973) e il surreale Blue Velvet di David Lynch (1986).
Carlo Ponti prestò il suo prestigio al Dottor Zhivago di David Lean (1965) e a Blow-Up di Michelangelo Antonioni (1966). Nel frattempo, Alberto Grimaldi finanziò il grezzo lato sotterraneo di Midnight Cowboy (1969) prima di sostenere infine Martin Scorsese in Gangs of New York (2002).
Perfino Franco Cristaldi ha ottenuto un enorme successo globale sostenendo il mistero medievale in lingua inglese Il nome della rosa (1986). Trattando il produttore come un coautore creativo, le figure cinematografiche italiane tradizionalmente proteggevano la visione artistica del regista, integrandola senza soluzione di continuità con la forza commerciale di Hollywood.
Guidati dai limiti del mercato interno per dominare i finanziamenti internazionali per la coproduzione, infondono naturalmente i classici cliché di genere inglese un’intensità visivamente ricca e operistica – un marchio di fabbrica del loro DNA culturale. Questi produttori italiani non finanziavano solo i film, ma univano le sensibilità artistiche europee alle esigenze commerciali di Hollywood.
Paper Tiger si inserisce perfettamente in questa tradizione. Il film ruota attorno a due fratelli che inseguono il Sogno Americano nella New York degli anni ’80 e che si trovano pericolosamente coinvolti con il sindacato mafioso russo che opera lungo il lungomare di Brooklyn. È una storia di ambizione, attriti familiari e corruzione istituzionale, che si sviluppa contro un vuoto criminale lasciato dalla mafia italiana in declino.
Il film è sostenuto dal noto Leone Film Group, insieme al supporto creativo dell’artista e produttore Marco Perego. Il regista James Gray si è espresso apertamente sulle sue influenze creative, affermando apertamente durante la produzione che il cinema italiano dal 1945 al 1980 è “tutto per me”, fungendo da modello strutturale per come crea la tensione cinematografica.
Su questo punto, la colonna sonora di Christopher Spelman è fortemente ispirata alle opere tardo-romantiche di Giacomo Puccini. Fondendo i tropi di genere americani con il peso emotivo del melodramma classico italiano, i produttori hanno raggiunto ciò che i loro predecessori di metà secolo hanno sempre ottenuto.
Paper Tiger passerà dalla sua trionfale prima al Lincoln Center a un’ampia distribuzione cinematografica questo novembre: il film rappresenta una brillante continuazione di una tradizione italiana della produzione che continua a influenzare Hollywood e il cinema internazionale.
Immagini per gentile concessione di Leone Film Group e Neon
Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix




