Se il soccorso è poco… ‘pronto’: tempi di attesa lunghissimi negli ospedali
TORONTO – Le lunghe attese nei pronto soccorso degli ospedali canadesi sono il riflesso di una serie di criticità diffuse lungo l’intera filiera sanitaria: carenza di posti-letto ospedalieri, insufficienza di strutture per le cure a lungo termine, mancanza di personale, aumento della complessità clinica dei pazienti e difficoltà nell’accesso ai servizi territoriali. È questa la conclusione del nuovo rapporto del Canadian Institute for Health Information (CIHI), intitolato Emergency department wait times in Canada: Insights from a health system perspective, che analizza i motivi dei tempi di attesa nei dipartimenti di emergenza del Paese.
Secondo lo studio (consultabile integralmente qui), i pronto soccorso rappresentano ormai una sorta di “termometro” dello stato di salute dell’intero sistema sanitario: quando una parte della rete si inceppa, gli effetti si riversano inevitabilmente sulle strutture di emergenza. «Esiste una crisi nazionale nei servizi di emergenza perché abbiamo ottimizzato tutto. Abbiamo eliminato ogni margine di elasticità dal sistema, ma il flusso dei pazienti continua. Mancano risorse territoriali integrate, assistenza continuativa e posti nelle strutture di lungo termine», afferma il medico d’urgenza Paul Parks, già presidente della Alberta Medical Association.
Uno dei luoghi comuni più diffusi è che le attese siano causate dai pazienti che si presentano in pronto soccorso per problemi non urgenti: il CIHI smentisce questa interpretazione, mostrando che i principali fattori alla base del sovraffollamento sono molteplici: la difficoltà nel trasferire i pazienti verso i reparti ospedalieri, la scarsità di posti-letto disponibili e le carenze strutturali dei servizi territoriali e delle cure di lungo periodo. La prima criticità in particolare è uno dei principali fattori responsabili delle attese: molti pazienti che necessitano di ricovero rimangono per ore – e in alcuni casi per giorni – nei locali del pronto soccorso perché non sono disponibili posti-letto nei reparti. Secondo i dati citati dal CIHI, metà dei pazienti destinati al ricovero trascorre oltre 16 ore in pronto soccorso prima di ottenere un letto ospedaliero, mentre circa uno su dieci vi rimane per più di 48 ore. Gli effetti sono a catena: le barelle restano occupate, diminuisce la capacità di accogliere nuovi pazienti ed aumenta il sovraffollamento.
C’è poi un altro fattore: l’aumento dell’“acuity”, ovvero della gravità e complessità clinica dei pazienti che arrivano nei dipartimenti di emergenza, che sono mediamente più anziani, soffrono di più patologie contemporaneamente e richiedono percorsi diagnostici e terapeutici più articolati rispetto al passato, facendo così allungare i tempi di permanenza ed aumentare il carico di lavoro per il personale sanitario. Un altro capitolo importante del rapporto riguarda i cosiddetti pazienti ALC (Alternate Level of Care), ossia persone che non necessitano più di cure ospedaliere acute ma non possono essere dimesse perché mancano posti nelle strutture assistenziali, nelle residenze per anziani o nei servizi domiciliari: questi pazienti finiscono per occupare posti-letto che potrebbero essere destinati ai ricoveri provenienti dal pronto soccorso, creando un effetto domino che rallenta l’intero sistema. Il CIHI segnala che circa un paziente ospedalizzato su dieci prolunga la propria permanenza in ospedale in attesa che vengano attivati servizi territoriali o assistenziali adeguati. La situazione è poi aggravata dalla cronica mancanza di organico sanitario, con il personale costretto a gestire volumi di attività sempre maggiori ed il crescente rischio di burn-out.
La conclusione del CIHI è netta: non esiste una soluzione unica per ridurre le attese. Intervenire soltanto sull’accesso ai medici di famiglia od aumentare il numero di visite ambulatoriali non basta. Per migliorare la situazione occorre agire contemporaneamente su più fronti: aumentare la capacità ospedaliera, rafforzare le cure domiciliari e territoriali, espandere le strutture per l’assistenza a lungo termine, migliorare la raccolta dei dati e rendere più efficiente il percorso dei pazienti attraverso l’intero sistema sanitario. In tre parole: tutto da rifare.
Foto di Paul Brennan da Pixabay

