Cultura

Bellocchio ed Elkann affrontano l’eredità di Casa Savoia

TORONTO – I registri del maistream tendono a trascurare figure monumentali quando le loro storie non si adattano a una cronologia ordinata. L’annuncio recente di Maestà (“Majesty”), un nuovo dramma storico co-scritto dall’iconico Marco Bellocchio e dalla regista Ginevra Elkann, è pronto ad affrontare proprio questo tipo di amnesia storica. Il film si concentra su un momento molto turbolento, ma volutamente trascurato: il breve regno di 27 giorni di Maria José di Savoia, l’ultima regina d’Italia.

I registi ritengono che trattare Maria José come una semplice nota storica o come una passiva osservatrice del proprio destino reale sia un’interpretazione errata. Nata nella famiglia reale belga, fu catapultata in una monarchia italiana che aveva attivamente collaborato con il dittatore fascista Benito Mussolini.

Eppure, la documentazione storica standard raramente cattura l’intera portata della sua realtà. Non era una spettatrice passiva. Era una feroce e nascosta antifascista che detestava apertamente il regime che avvolgeva la famiglia di suo marito, arrivando persino a condurre negoziati diplomatici segreti con le forze alleate alle spalle del suocero.

Maestà si concentra su maggio 1946, un mese sospeso nel caos assoluto. Il re Vittorio Emanuele III abdicò in un disperato e ultimo minuto tentativo di salvare il trono della sua famiglia, consegnando il potere al figlio, Umberto II.

Per meno di quattro settimane, Maria José regnò come “Regina provvisoria” prima che l’elettorato italiano votasse in un referendum storico per eliminare la monarchia ed esiliare per sempre la Casa di Savoia.

Two women side by side wearing regal tiaras and jewelry; left is a vintage portrait, right a modern fashion look menacing makeup and attire not specified.

Il genio di questo prossimo progetto risiede nella sua direzione creativa. Invece di offrire un sicuro spettacolo d’epoca pensato per evocare nostalgia per la regalità, Bellocchio ed Elkann si concentrano direttamente sull’impatto personale profondo di un cambiamento storico. Presentano una donna che è stata meticolosamente addestrata fin dall’infanzia per occupare un trono, solo per ereditare un impero di nulla.

Elkann ha approfondito il tragico paesaggio interiore del personaggio, osservando: “La sua tragedia non è sconfitta, ma consapevolezza: sapere di essere nata per qualcosa che non accadrà. Raccontare la storia di Maria José significa mostrare la fine di un mondo attraverso il volto di una sola persona, con rispetto per la sua intelligenza, senza nostalgia e senza condanne”.

La sceneggiatura, co-scritta da Chiara Barzini, si basa su una lente femminista del collasso istituzionale. Taglia attraverso i miti romanticizzati che le generazioni successive hanno cercato di intrecciare intorno alla Casa di Savoia, concentrandosi invece sulla tragedia umana universale di lasciar andare un’identità costruita in tutta la vita. “Mi interessano donne e uomini che assistono alla fine di un mondo, che ne percepiscono le crepe e il declino, ma che vi restano emotivamente legati”.

Proprio come altre figure di rilievo che sono state minimizzate a favore di una sceneggiatura storica più semplice, la sua posizione complessa richiede un’esplorazione più approfondita. In definitiva, questo progetto mira a restituire alla figura di Maria José l’importanza storica che merita davvero.

Immagine di Maria José di Savoia e Ginevra Elkann         

Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix

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