Noi, figli dei social, dovremmo studiare Kirkegaard

di Gaia Pelù del 22 December 2021

Come sapete, sono una studentessa delle superiori e quindi seguendo un programma ogni anno imparo una moltitudine di cose nuove. Quest'anno in particolare apprezzo molto gli argomenti trattati in classe.

Per questo oggi vorrei fare un parallelismo (prodotto delle mie riflessioni dopo l'ultima lezione di filosofia) tra un pensatore dell'800 e i social di oggi.

Riassumere il pensiero del filosofo in un articoletto di giornale sarebbe impossibile ( o almeno per me lo è). Per questo mi limiterò a esporre una parte che mi ha colpita particolarmente e che penso sia interessante da analizzare.

Sedetevi comodi perché ci sarà da riflettere.

Partiamo da un contesto storico e sociale: Kierkegaard, filosofo danese dei primi dell'800, nasce a Copenaghen da famiglia protestante pietista. Figure importanti della sua vita saranno due in particolare: il padre dal carattere forte e la donna che amerà per sempre, Regina Olsen.

Il povero Kierkegaard, anima fragile e sensibile, si sente inadatto nella società in cui vive. Pur volendo fare le esperienze che tutti fanno, egli non ci riesce.

Questa condizione lui la chiama Disagio Esistenziale ( tra l'altro un pensiero che anticipa la filosofia del periodo successivo) il quale è legato al singolo, all'individuo. L'esistenza è singolarità e le parole non possono spiegarla e quindi non possiamo nemmeno metterla su carta.

Se generalizziamo la realtà, essa viene automaticamente persa. Perché? Perché la pecurialità di ogni essere, di ogni cosa perde di valore.

C'è qualcosa che vi ricorda questo concetto filosofico? E perché proprio il mondo odierno?

In una società globalizzata, dove le mode e le abitudini appiattiscono l'individuo, la singolarità delle cose ci sfugge. E questo concetto si può riassumere nelle opere artistiche.

Prendiamo come esempio la fotografia. Una foto ferma un attimo, ma non racconterà mai tutte le sbavature della realtà che si muove intorno a quel momento. L'immagine reale e completa non ci sarà mai chiara. Ed ecco dove volevo arrivare io.

Io sono iscritta al social Instagram da ormai cinque anni o poco più e parlo di questo social perché è quello che conosco meglio. È una piattaforma che tutti possono usare per condividere foto o video, aggiungere filtri (altro ampissimo argomento di discussione) e ricevere un riscontro positivo o negativo dagli altri utenti tramite likes e commenti.

Arriviamo al punto. Se vi fate un giro sul sistema noterete le seguenti tipologie di foto: vacanze perfette, relazioni forti e durature, volti felici e tanto lusso.
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea "scrollando" su instagram è: Ma è tutto vero? Vi dico la mia: No. Non lo è.

Nessuno è sempre felice e quella che potrebbe sembrare una vacanza gioiosa da una foto, può invece nascondere litigi e rapporti in via di distruzione.

Il problema dei social è che per quanto si presentino come luoghi alternativi alla realtà, ma che comunque la simulano e la rappresentano, essi non saranno mai sinceri.

Chi posta su instagram dona un'immagine di sé e lo fa come meglio preferisce, nel vero o nel falso. Ed è qui che il sistema cade.

La maggior parte delle nostre soddisfazioni derivano dai quei likes giornalieri che ci fanno sentire apprezzati e adesso crediamo a tutto quello che vediamo o leggiamo online (ed è su quei parametri che ci misuriamo).

A volte mi chiedo se ritorneremo a godere delle gioie delle cose terrene. Come quelle lunghe passeggiate in riva al mare, con le mani libere dal telefono, senza sentire il bisogno di scattare una foto al tramonto per far sapere a tutti che quel tramonto, l'abbiamo visto anche noi.

Photo: freestocks on Unsplash

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