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Manca la volontà di abbandonare i combustibili fossili: il Cop30 è un fallimento

BELEM (Brasile) – Si riconferma un “flop”anche il Cop numero 30, come già era accaduto per il 29 l’anno scorso a Baku, in Azerbaigian (come scrivevamo qui). Questa volta, la “Conferenza delle Parti” (Conference of the Parties) sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite – svoltasi nei giorni scorsi a Belem in Brasile – ha addirittura rischiato di saltare, ma alla fine si è trovato un compromesso: l’accordo politico di chiusura c’è, approvato all’unanimità dai 195 Stati che hanno partecipato alla conferenza (assenti gli Usa di Donald Trump). Ma è un accordo-fuffa: è infatti saltato un riferimento esplicito alla tabella di marcia di uscita dalle fonti fossili, come carbone, petrolio e gas. Tra i punti principali dell’accordo ci sono invece misure per accelerare l’azione climatica, la rivisitazione delle barriere commerciali correlate e l’impegno a triplicare (fino a 120 miliardi di dollari nel 2035) i fondi destinati ai Paesi in via di sviluppo per aiutarli a resistere a eventi meteorologici estremi.

“Non possiamo mangiare soldi”, ha detto Gilmar, un leader indigeno della comunità Tupinamba, vicino al corso inferiore del fiume Tapajos in Brasile, che usa un solo nome, riferendosi all’enfasi posta sui finanziamenti. “Vogliamo che le nostre terre siano libere dall’agroindustria, dall’esplorazione petrolifera, dai minatori e dai taglialegna illegali”. Gli indigeni hanno portato la loro protesta sin dentro il Cop, facendo registrare alcuni momenti di tensione. Poi, hanno prodotto una dichiarazione congiunta, sottolineando l’importanza di proteggere i territori indigeni dell’Amazzonia escludendoli dalle attività minerarie e da altre attività, insieme ai bacini del Congo in Africa e del Borneo-Mekong nel Sud-Est asiatico.

Fra tensioni e polemiche, il tema dei combustili fossili ha rischiato di far passare la Cop30 dell’Amazzonia — la prima a tenersi dopo che gli scienziati hanno dimostrato che sarà superato il limite di 1,5 gradi di riscaldamento globale indicato dall’Accordo di Parigi — come l’unica a concludersi senza un’intesa. Nelle bozze circolate prima di quella finale, il termine “fonti fossili” era già sparito del tutto sotto le pressioni di Russia, India e Arabia Saudita, come ha fatto notaere la ministra francese dell’Ambiente, Monique Barbut. Oltre 30 Paesi, tra cui Colombia, Francia, Regno Unito e Germania, avevano quindi minacciato di porre il loro veto, portando i lavori ad allungarsi oltre la fine del summit. Poi è arrivato il compromesso, con l’esclusione di ogni riferimento esplicito alla tabella di marcia di uscita dai combustibili fossili.

Per il ministro dell’Ambiente italiano, Gilberto Pichetto Fratin, l’accordo trovato è l’unico davvero possibile: “In un momento geopolitico quale quello attuale, dove è finita un’epoca e gli interessi e gli equilibri politici mondiali e quindi automaticamente le alleanze sono molto diverse rispetto al passato, devo dire che era l’unica soluzione fattibile, quindi deve essere vista positivamente, con soddisfazione”. La tabella di marcia sulla transizione dai combustibili fossili, ha aggiunto, “non è parte del documento della Cop30 perché in metà dei Paesi non condividevano questa posizione”.

Ottimista anche la ministra canadese dell’Ambiente, Julie Dabrusin: “Il Canada è venuto alla COP30 per contribuire a realizzare progressi concreti e ne usciremo con rinnovata ambizione e partnership più profonde per accelerare l’azione globale per il clima” ha dichiarato la ministra del Paese che risulta essere, secondo il Production Gap Report, uno dei più grandi inquinatori del mondo (per consultare e/o scaricare il rapporto, cliccare qui).

Foto: Cop30, pagina Facebook

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