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Iran e Medio Oriente, crisi con tante incognite

TEHERAN – Nei primi tre giorni della recente crisi militare tra gli Stati Uniti, Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, dal 28 febbraio al 2 marzo 2026, il Medio Oriente è entrato in una fase di tensione senza precedenti. Una fase che, con l’uccisione di Ali Khamenei, guida ottantaseienne della Repubblica Islamica, e con l’estensione della guerra ai Paesi meridionali del Golfo Persico, ha assunto dimensioni ben oltre un confronto limitato.

Nelle prime ore del 28 febbraio sono iniziati attacchi coordinati da parte degli Stati Uniti e di Israele contro obiettivi militari in Iran. Poche ore dopo è stata annunciata ufficialmente la morte della guida della Repubblica Islamica — un evento che ha spinto la struttura politica iraniana in una fase delicata e senza precedenti. In seguito all’annuncio sono stati dichiarati sette giorni di lutto nazionale. Allo stesso tempo, diversi alti comandanti militari sono stati uccisi negli attacchi.

Con il proseguimento dei pesanti bombardamenti, in particolare a Teheran, la vita normale nella capitale, che conta dieci milioni di abitanti, si è quasi fermata. Chiusure diffuse, interruzioni dei servizi municipali e l’ansia pubblica per il futuro hanno profondamente segnato l’atmosfera del paese (nelle foto in alto e qui sotto, il “Gandi Hospital” di Teheran – foto di Hossein Zohrevand). Molti cittadini seguono gli sviluppi con apprensione, in attesa di maggiore chiarezza sull’andamento della guerra.

In risposta, l’Iran ha effettuato attacchi intermittenti con missili e droni contro obiettivi in Israele e contro basi associate alle forze statunitensi nella regione. Il conflitto si è esteso all’Arabia Saudita, al Bahrein, al Qatar, al Kuwait e agli Emirati Arabi Uniti, e diversi Paesi hanno innalzato i propri livelli di allerta militare.

A Washington, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che il confronto militare «potrebbe continuare per altre quattro o cinque settimane». Finora sei soldati americani hanno perso la vita e diversi altri sono rimasti feriti — cifre che potrebbero aumentare la pressione politica interna sull’amministrazione statunitense.

A seguito dei bombardamenti contro obiettivi americani e israeliani, alcune fonti di informazione hanno riferito che oltre 1.500 membri del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) iraniano sarebbero stati uccisi. Nel secondo giorno degli attacchi militari, una bomba ha colpito una scuola femminile nella città di Minab, nel sud dell’Iran, situata vicino a una struttura di servizio/militare dell’IRGC, causando la morte di 159 studentesse. La Mezzaluna Rossa iraniana ha annunciato che il numero delle vittime civili nei primi tre giorni di combattimenti supera le 550 unità.

Tra gli iraniani residenti all’estero, le reazioni sono state divergenti. Alcuni ritengono che il proseguimento degli attacchi militari possa portare, alla fine, al crollo della struttura della Repubblica Islamica. Altri, invece, temono che il governo possa indebolirsi sotto la pressione militare senza però cadere, rimanendo in uno stato fragile e instabile — uno scenario che potrebbe avere conseguenze imprevedibili per il futuro del paese. Anche il destino di migliaia di prigionieri politici è diventato una seria preoccupazione pubblica.

Allo stesso tempo cresce l’ansia riguardo alla possibilità che l’Iran, dopo la fine delle operazioni militari, possa affrontare una situazione simile a quella vissuta da paesi della regione come Siria, Iraq o Libia, oppure intraprendere un percorso diverso verso la libertà, la democrazia e la trasformazione in un paese “normale” sulla scena globale.

Diverse questioni fondamentali si pongono ora davanti alla regione: la struttura di potere iraniana agirà con stabilità e coesione dopo l’uccisione del suo leader, oppure inizierà un periodo di rivalità interne e instabilità? L’estensione degli attacchi ai paesi meridionali del Golfo Persico porterà al loro ingresso formale nella guerra? Gli Stati Uniti e Israele intensificheranno le operazioni oppure si muoveranno verso un contenimento delle tensioni sotto pressione internazionale? E, infine, questa crisi si trasformerà in una guerra prolungata della durata di settimane o addirittura mesi?

I primi tre giorni di questa crisi hanno mostrato che gli equilibri regionali stanno cambiando rapidamente e le risposte a queste domande plasmeranno il futuro politico e di sicurezza dell’Iran e del Medio Oriente.

Articolo di Mohammad Tajdolati, Direttore Responsabile di “Persian Mirror”, magazine online

Traduzione in Italiano – dall’originale in Inglese / già in Farsi – a cura di Marzio Pelù

Qui sotto, due immagini dalla città di Hamedan – foto: Tasnimnews

 

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