Di fronte alla fase di rottura Carney indica la “terza via”
TORONTO – Prima la diagnosi: dura e cruda, impietosa. Quindi la prognosi, altrettanto drammatica e angosciante. Quindi, la potenziale cura, che riaccende un barlume di speranza di fronte al pessimismo imperante. L’intervento di Mark Carney a Davos ha avuto un ampio risalto nella stampa estera per la sua brutale efficacia e per la capacità di analizzare razionalmente un’epoca, quella del Donald Trump 2.0, dove la razionalità molto spesso viene sminuita e diventa ospite indesiderata.
Il ragionamento del primo ministro, lineare e feroce, mette in luce come le certezze degli ultimi ottant’anni, quelle degli equilibri scaturiti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, siano improvvisamente sparite. Chi ha garantito quegli equilibri lungo tutta la fase della Guerra Fredda e dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ora rinnega completamente tutti i principi – uno ad uno – che ne hanno guidato l’azione politica, economica e diplomatica. Ecco allora che diventa normale minacciare un alleato, imporre dazi punitivi a partner economici, ipotizzare fantomatiche invasioni, facendo dell’imprevedibilità il proprio modus operandi. Che è logicamente una tattica che funziona nel settore imprenditoriale e che ha fatto le fortune del Trump prima della sua discesa in campo, ma che non può essere la strategia principe per la guida della maggiore potenza mondiale.
Per Carney non siamo più in una fase di transizione, ma di piena rottura. E questo dato di fatto rappresenta una sfida per tutto il mondo occidentale, che deve fare i conti con una scheggia impazzita che in pochi minuti può ordinare il bombardamento di Teheran, la cattura di un presidente straniero – Maduro – o chissà l’invasione della Groenlandia che appartiene ad un alleato.
Il primo ministro indica una – possibile – cura per quelle che lui definisce potenze medie, che “se non saranno nel tavolo della trattativa, finiranno nel menù”: agire con fermezza di fronte alla brutalità del bullo, cooperando e collaborando, adottando una strategia comune, utilizzando strumenti condivisi, promuovendo il multilateralismo. Il tutto senza arretrare di un centimetro contro chi fa la voce grossa.
Ora si tratta di capire se anche gli altri partner occidentali sposeranno questo possibile percorso geopolitico indicato dall’ex governatore di Bank of Canada o se si piegheranno alla legge della giungla imposta dall’inquilino della Casa Bianca.
In alto, Mark Carney e Emmanuelle Macron a Davos

