“È stata la mano di Dio”
di Paolo Sorrentino

di corriere canadese del January 25, 2022

TORONTO – 1983-4, Diego Armando Maradona va al Napoli e segna così la storia del campionato italiano portando la squadra a vincere la coppa dei campioni. “La mano di Dio” è discesa sulla città costiera, proprio come la prima inquadratura che avvolge dall’alto la scena dove ha luogo l’ultimo film autobiografico di Paolo Sorrentino. “A cinquantuno anni, i tempi erano finalmente maturi” dice il regista che voleva “evitare qualsiasi rischio di retoricizzazione”. “Mi serviva raggiungere un certo grado di distacco dal materiale autobiografico, in particolare dal mio dolore”.

Sullo sfondo di un momento storico per il calcio italiano, dunque, si svolge la vita della famiglia napoletana di Fabietto (Filippo Scotti), alter ego del regista, e dei tanti personaggi di eco felliniana che la attorniano: dalla vicina di casa, baronessa decaduta, alla “donna più cattiva della città” che impreca ad ogni accenno le sia rivolto, alla avvenente zia che fa sospirare tutti gli uomini della famiglia, all’immancabile pazzo e muto del quartiere, fino al teppista dalla sregolata voglia di vivere che lo porterà in prigione.

Come al solito, comicità, surrealismo e tragedia sono le note che distinguono i lavori di Sorrentino. Ed infatti il film inizia all’insegna di un sorriso accennato di fronte alla ripresa di un presunto San Gennaro, santo protettore di Napoli per eccellenza, e del ‘munaciello’, spirito benefico ma capriccioso del folclore napoletano, che promettono alla sensuale zia Patrizia (Luisa Ranieri) di poter rimanere incinta dopo il “sacro” tocco di San Gennaro – una pacca sul sedere – e il bacio dato al munaciello all’interno di un bellissimo quanto improbabile palazzo nobiliare in rovina.

Il sorriso si trasforma in risata durante il banchetto di famiglia in un antico casolare a strapiombo sul mare. La famiglia protagonista e i parenti allargati schiamazzano allegri nell’attesa di conoscere il nuovo fidanzato di una delle “zitelle” della famiglia. Si presenterà uno zoppo signore che parla solo con l’aiuto di un laringofono, producendo un suono gracchiante e fastidioso. “È brutto come la m***a”: così Saverio, padre di Fabietto, interpretato da Toni Servillo, accoglie il nuovo fidanzato nell’ilarità generale. Ma ciò che era iniziato come commedia cede ben presto il passo alla tragedia. E saranno proprio questi drammi a segnare il passaggio definitivo del protagonista all’età adulta.

La storia della vita del regista assume quindi la forma di un racconto di formazione, rappresentando, anche cromaticamente, il passaggio da una gioventù assolata e avvolta nel sogno alla vita adulta cruda e cupa, marcata dalla morte, il dolore e dalle prime esperienze sessuali con l’anziana baronessa. L’intera storia è filtrata attraverso lo sguardo innocente, attento e pervicace di Fabietto, che da grande vuole fare cinema e metter in pratica la sua capacità di osservare “la realtà scadente,” come diceva Fellini citato nel film, e di trasfigurarla.

L’osservazione è d’altronde la caratteristica principale che il regista si riconosce e che per questo non poteva mancare nell’interpretazione del personaggio principale, come ammette Sorrentino in un’intervista: “La qualità che più mi premeva trasparisse nell’interpretazione di Filippo era una spiccata capacità di osservazione. Qualità che mi contraddistingue e che ritengo essenziale al ruolo di filmmaker. Per il resto, la timidezza e la goffaggine del protagonista lo rende simile a tanti suoi coetanei”.

Nella raffigurazione di Sorrentino, Napoli non è mai sembrata così bella, con i suoi palazzi nobiliari, le rovine sul mare, le ville in campagna fino ad arrivare ai vicoli stretti e al porto illuminato dalle luci notturne. Il regista di La Grande bellezza (2013) ci aveva d’altronde già incantato con la sua capacità di estetizzare e sublimare anche la realtà più triste e squallida. Qui però il messaggio è leggermente diverso e parla della necessità di non “disunirsi”: “Non ti disunire!”, sono queste le parole che il regista Antonio Capuano rivolge al giovane Fabietto che vuole lasciare Napoli e andare a Roma per diventare regista. Allo spettatore Sorrentino lascia la libertà e la responsabilità di interpretare queste parole. Fabietto alla fine lascerà Napoli per realizzare la sua vita, ma attraverso le parole di Capuano il regista ci invita a non rinunciare e dimenticare le nostre radici, la nostra autenticità, il luogo da cui veniamo e le prime esperienze che ci hanno formato. In questo senso, il film è un omaggio alle radici di Sorrentino e il gesto concreto che dimostra come, nonostante la sua vita l’abbia portato lontano dalle sue origini, non se ne sia mai “disunito”.

Teresa Valentini

Nella foto in alto, una scena del film “È stata la mano di Dio”

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