Governo in alto mare:
i dubbi di Trudeau,
O’Toole alza il muro

di Francesco Veronesi del October 15, 2021

TORONTO - A venticinque giorni dalle elezioni federali il nuovo governo è ancora in alto mare. In questa fase il primo ministro in pectore Justin Trudeau è impegnato a completare il complicato puzzle, vagliando e soppesando pro e contro per ogni singola casella del suo futuro esecutivo. Si tratta di un’operazione lunga e delicata, dove il fattore del merito - seppur importante - è messo in secondo piano da altri elementi, quali provenienza geografica, appartenenza a un determinato gruppo etnico, gender.

In seguito alle precedenti elezioni del 2019, Trudeau ci mise un mese per presentare al completo il suo gabinetto governativo, mentre nel 2015 - quando i liberali vinsero la maggioranza assoluta dei seggi - al leader grit bastarono diciassette giorni per formare il suo primo governo. Per questo terzo mandato, frutto della vittoria dello scorso 20 settembre, servirà molto più tempo. Per ora non vi sono indicazioni su una data precisa, anche se è probabile che i nuovi ministri giureranno a Ottawa non prima dell’ultima settimana di ottobre.

Tra conferme, potenziali bocciature, new entry e sorprese dell’ultima ora, sono ovviamente tanti gli aspiranti ministri del nuovo governo. Tra le difficoltà principali che stanno rallentando il processo di formazione dell’esecutivo troviamo sicuramente la mancanza di quattro ministre in carica nella scorsa legislatura. Si tratta dell’ex ministra dell’Ambiente Catherine McKenna, che ha deciso di abbandonare la politica attiva ed altre tre ormai ex deputate liberali sconfitte alle ultime elezioni. Trudeau nei suoi governi ha sempre cercato di trovare un equilibrio paritario nella rappresentanza di gender e anche in questo esecutivo dovremmo aspettarci una composizione simile.

Se per il leader liberale la strada si presenta ancora in salita, dall’altra parte della barricata Erin O’Toole non se la passa certo meglio. Il leader conservatore infatti deve fare i conti con i malumori e i mal di pancia all’interno del suo gruppo parlamentare causati dai risultati non proprio esaltanti alle ultime elezioni federali. In questi giorni è iniziata la review ufficiale del partito, chiamata a esaminare gli errori - presunti o reali - commessi dallo stesso leader durante la campagna elettorale. A conclusione di questo procedimento, destinato comunque a durare mesi, potrebbe esserci un voto di sfiducia verso lo stesso O’Toole.

Per ora l’ex ministro per gli Affari dei Veterani non è affatto intenzionato a mollare le redini del partito. Al contrario, in questa fase l’atteggiamento del leader e del suo entourage è volto a zittire il dissenso nella speranza che le acque agitate si calmino. A conferma di questo clima, tutt’altro che sereno, arriva la notizia della sospensione dal partito di Bert Chen, componente del Consiglio Nazionale dei conservatori.

Chen, subito dopo la sconfitta del 20 settembre, ha lanciato una petizione online con la quale si chiedeva un referendum all’interno del partito sulla leadership di O’Toole. La dirigenza tory, citando questioni regolamentari, lo ha sospeso per 60 giorni. Si tratta di una vicenda secondaria rispetto al regolamento di conti che sta avvenendo all’interno del partito tra le varie anime della galassia conservatrice, ma che comunque testimonia come tra i tory la strada per la riappacificazione interna sia ancora lunga e tortuosa.

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