San Francesco, il 4 ottobre tra memoria, cammino e futuro
TORONTO – Ci sono date che il calendario registra e altre che, con il passare dei secoli, entrano nella storia di un Paese. Il 4 ottobre 2026 appartiene a entrambe le categorie. Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, l’Italia celebra il proprio patrono con una festa nazionale, istituita dalla legge n. 151 del 2025 ed entrata in vigore il 1° gennaio 2026. Una ricorrenza religiosa che assume così anche un rilievo pubblico, nel segno della pace, della fratellanza, della solidarietà e della tutela dell’ambiente.
Francesco morì la sera del 3 ottobre 1226 alla Porziuncola, nel luogo dove oggi sorge la Cappella del Transito, all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli. Il giorno successivo, il 4 ottobre, la Chiesa ne celebra la festa. Otto secoli dopo, pochi protagonisti della storia italiana conservano una risonanza altrettanto vasta. Il Poverello appartiene alla tradizione cristiana, ma il suo messaggio ha oltrepassato da tempo i confini della fede: la scelta della povertà, la ricerca della pace, l’attenzione agli ultimi e il rapporto con il creato hanno reso il suo nome comprensibile in contesti culturali molto diversi.

È anche per questo che l’ottavo centenario non si esaurisce nel ricordo. In una stagione segnata da guerre, disuguaglianze e crisi ambientali, la radicalità di un uomo del Medioevo continua a porre domande al presente. Francesco non offre formule da trasferire meccanicamente nel nostro tempo; lascia un criterio di misura: distinguere l’essenziale dal superfluo, riconoscere dignità a chi resta ai margini, considerare la natura non come semplice risorsa da consumare ma come parte di un equilibrio di cui l’uomo è responsabile.
La nuova festa nazionale del 4 ottobre acquista quindi un significato che va oltre la commemorazione. Riapre, sul piano civile, il confronto con una tradizione che appartiene alla storia d’Italia e che nel 2026 viene riletta attraverso celebrazioni, iniziative culturali e nuovi percorsi. Fra questi, il progetto più visibile è il “Cammino di Francesco – Il Cammino della Luce”, presentato a Roma il 30 luglio 2026 e nato per riunire in una rete organica itinerari già esistenti legati alla vita del santo e alla storia francescana.
La rete complessiva si estende per 1.546 chilometri e attraversa Abruzzo, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Toscana e Umbria. Collega luoghi centrali nella vicenda francescana — da Roma a La Verna, dal Montefeltro alla Valmarecchia — con Assisi come approdo comune.
Più che inaugurare un nuovo sentiero, il progetto ricompone percorsi diversi entro un disegno unitario. Ed è qui che il pellegrinaggio incontra il viaggio culturale. Seguire le tracce di Francesco non significa necessariamente compiere soltanto un’esperienza religiosa: significa attraversare l’Italia con un passo diverso, lungo strade secondarie, pievi, monasteri, borghi e paesaggi che la velocità dei grandi itinerari spesso lascia ai margini. La lentezza, in questo caso, non è una moda ma una condizione dello sguardo: obbliga a misurare le distanze, a osservare, a sostare, a incontrare.
Il Cammino porta con sé anche una possibile ricaduta sui territori. Le aree interne e i piccoli centri, spesso lontani dai flussi turistici più intensi, possono trovare nei pellegrinaggi e nel turismo lento un’occasione di valorizzazione. Non soltanto monumenti, dunque, ma paesaggi abitati, comunità, tradizioni e patrimoni minori: un’Italia meno esibita e più difficile da conoscere in fretta.

Assisi, naturalmente, resta il punto di convergenza. È la città di Francesco e di Chiara, che, seguendo la forma di vita evangelica proposta da Francesco, stabilì a San Damiano con le prime compagne la comunità delle Sorelle Povere, poi Clarisse. Ed è ancora ad Assisi che il racconto del 2026 incrocia un’altra storia, lontanissima nel tempo: quella di San Carlo Acutis. Fra Francesco e Carlo corrono quasi otto secoli. Il primo visse nell’Italia dei comuni tra XII e XIII secolo; il secondo nacque a Londra nel 1991 e crebbe a Milano nell’epoca di Internet e del computer. Francesco percorreva a piedi le strade dell’Umbria e dell’Italia centrale; Carlo mise le proprie competenze informatiche al servizio della fede. La distanza storica è evidente, ma Assisi li accosta senza sovrapporli.
Acutis morì il 12 ottobre 2006, a quindici anni, e fu canonizzato da Papa Leone XIV il 7 settembre 2025 sul sagrato della Basilica di San Pietro, insieme a Pier Giorgio Frassati. Ad Assisi trascorreva lunghi periodi e maturò un forte legame con la spiritualità francescana. I suoi resti mortali riposano dal 2019 nella chiesa di Santa Maria Maggiore, all’interno del Santuario della Spogliazione, uno dei luoghi più strettamente connessi alla scelta di povertà compiuta da Francesco.

L’accostamento funziona proprio perché non richiede equivalenze. A unirli è la ricerca dell’essenziale dentro epoche opposte: la volontà di vivere la fede senza lasciarsi assorbire interamente dalle convenzioni del proprio tempo. Nel caso di Acutis, questa tensione passa attraverso la quotidianità di un adolescente — scuola, amici, sport, computer — e attraverso l’uso consapevole di strumenti propri della sua generazione.
Per molti giovani la sua vicenda ha reso più immediata l’idea di santità, sottraendola all’immagine di un’esperienza remota. Francesco, nel XIII secolo, parlò attraverso la radicalità della propria vita; Carlo, otto secoli dopo, utilizzò anche il linguaggio e i mezzi della modernità. Assisi custodisce oggi entrambe le memorie: quella di un santo che ha inciso in profondità sulla storia religiosa e culturale d’Italia e quella di un ragazzo del nostro tempo, morto giovanissimo e divenuto santo in una società profondamente diversa.
Per la comunità italiana in Canada, il 4 ottobre assume infine un valore particolare. San Francesco è patrono d’Italia, ma il suo nome appartiene da secoli a una geografia molto più vasta: chiese, scuole, opere assistenziali e istituzioni in numerosi Paesi testimoniano la diffusione di una devozione che ha superato frontiere e lingue. La nuova festa nazionale può così diventare, anche per chi vive lontano dall’Italia, un’occasione per riannodare il rapporto con il Paese d’origine attraverso una pagina della sua storia spirituale e civile.
Non si tratta di affidarsi a parole consumate dall’uso. Pace, fraternità, responsabilità verso gli altri, rispetto del creato acquistano peso soltanto quando si traducono in comportamenti, scelte pubbliche e relazioni concrete. È questa, forse, la sfida che l’ottavo centenario consegna al 2026: evitare che Francesco resti confinato nella celebrazione e misurare invece quanto del suo insegnamento sia ancora capace di incidere sul modo in cui abitiamo le città, attraversiamo i territori e guardiamo agli altri.
Il nuovo Cammino dà a questo richiamo una forma concreta: una strada da percorrere. Da Assisi si diramano itinerari che riportano ai luoghi francescani, altri conducono alla storia recente di San Carlo Acutis, altri ancora attraversano idealmente l’oceano e raggiungono le comunità italiane nel mondo. Il 4 ottobre, allora, non chiude San Francesco dentro un anniversario. Lo riconsegna al presente, dove il suo messaggio continua a chiedere una direzione e, soprattutto, una misura.
Nella foto in alto, la Basilica di San Francesco ad Assisi (foto: Vanbasten 23 – Wikimedia Commons)

