Separatismo in Quebec e Alberta: un rischio ancora basso ma reale
TORONTO – Il rischio è ancora basso, ma non è più teorico: è reale. Per la prima volta nella sua storia, il Canada si trova a dover fare i conti con due spinte separatiste che si sovrappongono e pur rimanendo del tutto autonome e divise tra loro, stanno contribuendo a creare instabilità a livello federale.
In Quebec, provincia che da sempre è stata terreno fertile per le istanze indipendentiste nel nostro Paese, il partito in testa in tutti i sondaggi si prepara alla prova di forza. Il Parti Quebecois, infatti, ha come primo punto del proprio programma elettorale l’indizione di un referendum sulla secessione dal Canada entro la fine del primo mandato, in caso di vittoria alle urne il prossimo ottobre. Se davvero avvenisse, il Quebec voterebbe il terzo referendum per separarsi dal Canada dopo quelli del 1980 e del 1995.
Stando ai sondaggi degli ultimi mesi, il Parti Quebecois guidato da Paul St-Pierre Plamondon, stazione stabilmente sopra il 30 per cento delle intenzioni di voto, con un buon margine sugli altri partiti provinciali. Detto questo, però, bisogna anche sottolineare che più in generale l’ipotesi secessione della provincia francofona non gode del sostegno della maggioranza degli elettori. Nonostante il successo del partito, i sondaggi condotti tra la fine del 2025 e il 2026 rilevano che tra il 54 per cento e il 65 per cento dei quebecchesi voterebbe “no” all’indipendenza. La quota dei favorevoli è ferma a una minoranza stabile (tra il 26% e il 35%), una cifra questa che fluttua ma non va oltre il suo massimo.
Un discorso simile si può fare anche per l’Alberta, dove l’istanza separatista non ha alcun connotato culturale o linguistico, ma è di natura squisitamente economica. In Alberta gli elettori, tra i quesiti referendari del prossimo ottobre, si troveranno anche quello relativo alla richiesta di attivazione di un futuro referendum sull’indipendenza dal Canada. Rispetto al Quebec, le percentuali di chi vuole la secessione sono ancora più ristrette: se un 35 per cento dell’elettorato è pronto a votare per il “sì all’indizione di un futuro referendum, la percentuale scende al 15-18 per cento se si riferisce a chi è davvero favorevole alla secessione. Sono numeri che ancora non spaventano, ma che bisogna tenere d’occhio. Anche perché sono molto simili a quelli di 10 anni prima del referendum sulla Brexit in Gran Bretagna. E sappiamo tutti come è andata a finire.
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