Cultura

Frescobaldi, il Signore del vino. “Dalla vigna alla cantina, il segreto è la condivisione”

FIRENZE – C’è un modo particolare in cui Lamberto Frescobaldi attraversa il suo tempo: con i piedi ben piantati nella terra e lo sguardo sempre un po’ più avanti. Firenze è il suo punto di partenza, la vigna il suo linguaggio naturale, ma tra queste due coordinate si muove una storia che è insieme antica e sorprendentemente contemporanea.

Viticoltore di trentesima generazione, sposato con Eleonora, padre di tre figli: Vittorio, Leonia e Carlo, si è formato tra l’Università di Firenze e la University of California, Davis, oggi guida una delle famiglie del vino più antiche al mondo, trasformando la tradizione in un laboratorio di futuro. Fuori dalle vigne, però, c’è un’altra dimensione che lo racconta bene: la passione per lo sci d’alpinismo e la moto enduro, il rapporto diretto con la fatica, il silenzio e la natura più aspra. È lì che emerge il suo carattere: dinamico, curioso, sempre in movimento. Un profilo che negli anni è stato riconosciuto anche a livello internazionale, fino al Premio Leonardo, che ha consacrato il suo ruolo tra le figure di riferimento del made in Italy. E poi, soprattutto, c’è il vino. Ma raccontarlo attraverso le sue risposte significa scoprire che per lui non è mai solo un prodotto: è un sistema di relazioni, di errori, di persone. E a volte anche di lezioni impreviste.

Se un suo vino potesse parlare, cosa direbbe?
“Qualcosa di scomodo, ne sono sicuro. Direbbe: ‘Ero più buono prima che tu mi mettessi le mani addosso in cantina. Ero un’uva splendida, potevo diventare ancora meglio’. È una battuta, ma nemmeno troppo. Il rischio in questo mestiere è innamorarsi di quello che si fa. Quando succede, perdi lucidità. Devi sempre avere il dubbio, tenerti un passo indietro rispetto al tuo stesso lavoro”.

Esiste un vino che la rappresenta ma che non venderebbe mai?
“No, perché non esiste un vino che rappresenta una persona. Io mi innamoro continuamente di quello che faccio. Il vino è fatto di persone: dalla vigna alla cantina. Le racconto una cosa. Una mattina sono arrivato in cantina molto presto, erano le sette. Tra i collaboratori c’era un operaio senegalese che lavora con noi da tanti anni, una persona straordinaria. Mi ha detto: ‘Lei parla sempre di mercati esteri, ma l’Africa non la vedo mai. Posso proporle di lavorarci?’. Ecco, questo è il vino per me: un rapporto umano vero, profondo, dove le persone si sentono parte di qualcosa. Non è solo produzione, è condivisione”.

Il miglior vino nasce più dall’intuizione o dall’errore?
“Nasce dalla curiosità e dalla preparazione. Non è mai improvvisazione. Le persone devono studiare, conoscere, essere attente.
E poi non devono mai sedersi. Nel momento in cui dici ‘quanto è buono quello che ho fatto’, sei fregato. È un attimo rilassarsi, e lì inizi a perdere qualità”.

La vostra famiglia lavora la terra da secoli: quale tradizione metterebbe in discussione?
“La parola ‘tradizione’ è pericolosa. Spesso significa avere paura di cambiare. Noi dobbiamo cambiare continuamente. La nostra famiglia, nei secoli, ha fatto di tutto: carne, grano, latte. Il vino è arrivato dopo, in modo importante. Ci si adatta al proprio tempo. È questo che ti permette di durare davvero”.

Frescobaldi, il futuro del vino sarà più tecnologico o più antico?
“Il vino è un prodotto voluttuario: possiamo vivere senza. Proprio per questo deve emozionare. Il futuro è nella capacità di trasmettere il territorio, di fare vini con personalità. Non piaceranno a tutti — ed è giusto così — ma parleranno a qualcuno in modo autentico”.

Qual è la bottiglia che conserva per un momento che non arriva mai?
“Più che conservarla, direi che l’ho persa. E mi ha insegnato molto. Appena laureato, nel luglio del 1987, andai a una degustazione a Palazzo Antinori. Dietro al banco c’era il signor Krug, quello dello champagne. Io ero lì, giovane, emozionato. A un certo punto lui prese una bottiglia, la firmò e me la regalò. Tornai a casa quasi volando. Quella bottiglia per me era un tesoro. La misi in camera, poi negli anni la spostai in cantina. Ogni tanto pensavo di aprirla: per un’occasione speciale… ma rimandavo sempre. Un giorno, anni dopo, una domenica, mi è caduta. Si è rotta. Mi sono chinato, ho passato la mano sul pavimento e ho assaggiato quello che era rimasto. Ho capito una cosa molto semplice: carpe diem. E poi che le bottiglie vanno aperte. Ma non da soli. Il vino è condivisione, è relazione. È il terzo amico a tavola. Da soli si beve troppo e male. Insieme, invece, diventa un collante”.

Le è mai capitato di sbagliare completamente un vino?
“Certo. Succede quando lavori troppo per te stesso e perdi il contatto con gli altri. Il gusto è una cosa potente, ma può ingannarti.
Le critiche fanno male, ma sono fondamentali. Negli anni abbiamo imparato molto, viaggiando e confrontandoci. È un lavoro in cui devi rimetterti sempre in discussione”.

Oggi cosa pensa quando guarda un vigneto?
“Non vedo più uva. Vedo bottiglie con l’etichetta già appesa. In quel momento sai già cosa vuoi ottenere. Il lavoro inizia molto prima della cantina”.
Preferirebbe essere ricordato per un grande vino o per una scelta coraggiosa?
“Per una scelta coraggiosa. Il coraggio è una qualità fondamentale per chi fa questo mestiere”.

Se il vino fosse musica, sarebbe più Verdi o jazz?
“Nessuno dei due. Musica contemporanea. A me interessa più il domani che ieri. Il futuro fa paura, ma è la parte più bella”.

Una parola che non userebbe mai per descrivere un vino?
“‘Buono’. Non significa nulla. Il vino è molto più complesso, e il giudizio cambia anche con lo stato d’animo”.

Se potesse offrire un calice a un antenato, cosa vorrebbe dirgli?
“Potrei andare da quel Lamberto Frescobaldi che nel 1252 costruì il Ponte Santa Trinita, dove oggi c’è la piazzetta Frescobaldi, e dirgli: ‘Lamberto, di strada ne abbiamo fatta’”.

Titti Giuliani Foti

Titti Giuliani Foti è una giornalista professionista italiana: per vent’anni referente per la cultura e gli spettacoli del quotidiano toscano La Nazione, Titti è critica teatrale, scrittrice, commentatrice e collaboratrice di testate nazionali italiane e piattaforme web seguitissime come Arte Cultura Magazine, specializzate in teatro, arte e cultura

 

Sette secoli di eccellenza

FIRENZE – L’impegno nell’agricoltura rappresenta da sempre l’aspetto caratteristico della famiglia Frescobaldi, che da settecento anni, precisamente dai primi anni del Trecento, produce vino in Toscana. La famiglia, inoltre, annovera tra i suoi antenati illustri letterati, esploratori, musicisti, banchieri, vescovi ed uomini politici. L’archivio custodisce numerosi documenti antichi e fra i registri figurano i contratti commerciali con molte Corti d’Europa a partire dal XIII secolo. Nel XV e nel XVI secolo, la casata fiorentina forniva i vini alla Corte d’Inghilterra e di molti paesi Europei fra cui anche quella Papale. Ancor prima i Frescobaldi intrattenevano rapporti e contatti commerciali con le botteghe di vari artisti famosi fra cui Donatello, Michelozzo Michelozzi, Filippo Brunelleschi.

Attorno all’Anno Mille, i primi esponenti della famiglia si trasferirono a Firenze dalla Val di Pesa, dove ancor oggi troviamo la Tenuta Castiglioni, il più antico possedimento agricolo della famiglia. In quell’epoca le città dell’Italia Centro-Settentrionale si stavano rafforzando economicamente, politicamente e militarmente, ai danni del potere feudale; i signori infatti s’inurbarono, attratti e lusingati dai vantaggi commerciali e politici che le città offrivano. I Frescobaldi si stabilirono nella parte dell’Oltrarno della città in Piazza de’ Frescobaldi dove vi costruirono la loggia, la torre e il palazzo. Nel 1252 Lamberto Frescobaldi costruì in legno il primo ponte sull’Arno, adesso chiamato Ponte Santa Trinita così da collegare i propri possedimenti con l’antico centro storico di Firenze.

Da allora, è stato un continuo crescendo fino ai giorni nostri: oggi i loro vini sono conosciuti in tutto il mondo e ciascuno dei nomi sulle loro bottiglie è celebre: solo per citarne alcuni, i vari Chianti (dal Perano al Rufina passando per il Castiglioni) il
Brunello di Montalcino (Castelgiocondo) ed il Gorgona, prodotto sull’omonima isola toscana con la collaborazione dei detenuti del locale penitenziario.

More Articles by the Same Author: