Pratesi, un tesoro toscano
all’Università di Toronto 

di Sara Galli del March 9, 2021

TORONTO - A cent’anni dalla scomparsa di Mario Pratesi, la professoressa Anne Urbancic e il dottorando Mohammad Jamali dell’Università di Toronto ricorderanno l’autore toscano, durante la conferenza GSAIS, domenica prossima con la proiezione del film “La viaccia” (1961) ispirato al romanzo pratesiano “L’eredità”.

Professoressa Urbancic, grazie per aver accettato il nostro invito a parlarci di Mario Pratesi. Ma ci dica, qual è stato il suo “incontro” con Mario Pratesi?
«Nel giugno 1997 ho ricevuto una telefonata inaspettata da una signora fiorentina trasferitasi in Canada, che mi invitava a casa sua a vedere alcuni scatoloni di materiale cartaceo. Lettere vecchie. Fra queste, mi ha detto, c’erano anche documenti di un lontano parente, lo scrittore Mario Pratesi e voleva che io li guardassi per dirle se tenerli o disfarsene. Incuriosita, ho preso un appuntamento. E così è cambiata la mia vita accademica. Entrando nel mondo di Pratesi, ho trovato una vera passione per gli studi archivistici che mi portavano a scoperte nuove, diverse, inedite».

Cosa ha trovato a casa della signora?
«Ho scoperto un tesoro. Lettere e documenti (quasi 2000 pezzi) firmati non solo da Pratesi stesso ma anche da personaggi di spicco nel suo tempo: il filosofo Giacomo Barzellotti, statisti come Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti, patrioti come Giuseppe Cesare Abba, artisti come Alessandro Franchi e Adelaide Pandiani, poeti come Giosuè Carducci. Pratesi ha anche conservate le foto di molti di loro; queste si potranno visionare nella mostra virtuale a cura di una giovane archivista, Bailey Chiu della Pratt Library».

Quali sono le caratteristiche dalla produzione di Pratesi che trova più interessanti?
«Pratesi dipinge il suo tempo in modo distinto e verosimile (anzi, alcuni critici lo consideravano il verista toscano): i suoi paesaggi sono quelli che egli stesso aveva visto e vissuto, descritti in modo squisito e animato; i suoi personaggi, anche i più poveri e umili, agiscono come se vivessero in carne ed ossa. È uno scrittore che parlava ai suoi lettori dall’intimo del suo cuore, che prediligeva la gente comune, povera, un artista che si serviva di una lingua toscana pura e chiara— sono queste le caratteristiche che io personalmente ammiro in Pratesi».

L’università di Toronto è anche la sede del più grande archivio di questo autore...
«Certo, il tesoro della signora fiorentina doveva essere custodito in un archivio professionale: le lettere e i documenti erano troppo rari, troppo unici per essere lasciati in una cantina o garage, e così li ho portati all’università per studiarli meglio. Con vari gruppi di studenti negli anni seguenti abbiamo trascritto il carteggio. Ho avuto la fortuna di poter collaborare con una collega, la Prof.sa Carmela Colella della Brock University. Insieme alla biblioteca E.J. Pratt della Victoria University, abbiamo preparato una base dati: tutte le lettere trascritte, fotografate e o£erte al mondo accademico tramite semplici click. Ci sono voluti 12 anni per finire il lavoro. Da questo progetto è nato il volume Carteggio Inedito di Mario Pratesi, Eds. Anne Urbancic and Carmela Colella, Victoria University Library (Toronto), 2009. Fra le persone che li hanno consultati c’è Mohammad Jamali, anche lui appassionato del “nostro” Pratesi».

Ciao Mohammad, da Vancouver a Toronto, passando per Firenze, cosa ti ha portato a scegliere gli studi di italianistica?
«Da adolescente la cultura e la lingua italiana mi interessavano sempre. Ho deciso di seguire i corsi di lingua italiana ed è stato un colpo di fulmine, infatti ho persino cambiato il mio percorso accademico. All’Università di Toronto ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere molti grandi nomi dell’italianistica e attraverso queste conoscenze ho avuto delle opportunità di ricerca veramente arricchenti».

Come ti sei appassionato al lavoro di Pratesi?
«Tutto è cominciato nell’ultimo anno della laurea, nel 2016, quando ho partecipato al programma ‘Scholars-in-Residence’ del Jackman Humanities Institute (JHI), in collaborazione con la Victoria University. Lì, facevo parte di un gruppo di cinque studenti i quali facevamo ricerca su Mario Pratesi sotto la supervisione della prof.ssa Urbancic. Mi è piaciuto tanto aver accesso alla vita personale e alla mentalità di uno scrittore, e decifrare i suoi appunti per conoscerlo meglio».

Raccontaci un po’ della tua ricerca.
«Sotto la supervisione di un comitato compreso dai professori Franco Pierno, Anne Urbancic e Giuseppe Polimeni, ora mi concentro su analisi linguistiche del corpus letterario e del corpus epistolare di Mario Pratesi. Cerco di analizzare la “toscanità” del suo linguaggio, esaminando la fonologia, la morfologia, la sintassi e il lessico dei suoi testi».

Professoressa Urbancic, che cosa ci riserva il futuro per gli studi su Mario Pratesi?
«Mi auguro che il futuro rimanga roseo per i pratesisti. L’Ottocento, un po’ trascurato nel 900, è tornato alla ribalta. La documentazione del secolo abbonda, e ci offre ricchissime possibilità di ricerca, in particolare con l’arrivo delle digital humanities. Con giovani studiosi come Mohammad sono sicura che il Pratesi tornerà ad avere gli applausi meritati per i suoi scritti».

Rinnovando i nostri ringraziamenti ad entrambi, ricordiamo che chi volesse partecipare alla visione de “La viaccia” domenica 14 marzo, può iscriversi al link https://gsais. sa.utoronto.ca/

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