Lo smart working è qui per restare

di Mariella Policheni del April 30, 2021

ROMA - Dopo più di un anno di smart working si può fare una valutazione dell'esperienza soprattutto per comprendere quale fosse la preparazione delle aziende e delle istituzioni italiane a un passaggio così improvviso, che oggi appare epocale, Ma anche per immaginare come sarà il futuro del lavoro da remoto, che qualcuno vede come 'ibrido'.

"Lo smart working è qui per restare" dice Emanuele Baldi, direttore esecutivo per l'Italia di Lenovo, "Il Paese non era preparato e questo è dimostrato anche dalla domanda di apparecchiature che è nata pochi minuti dopo l'entrata in vigore del lockdown" aggiunge "mostrando un gap tecnologico notevole con altri Paesi simili".

Quando sulle case produttrici sono piovute richieste per migliaia di apparecchiature. dai tablet ai portatili fino ai computer fissi, Baldi stima che sia rimasta insoddisfatta una domanda pari a 4 o 5 volte quella standard. "È un indicatore fortissimo del problema che avevamo e che ci portiamo dietro".

Così quello che è successo è stato che i dipendenti delle aziende si sono trovati a lavorare sui computer domestici e i ragazzi a seguire la didattica a distanza sugli smartphone. Con conseguenze immaginabili da un lato sulla sicurezza della trasmissione delle informazioni e dall'altro sulla efficacia dell'insegnamento.

"Le aziende hanno demandato al lavoratore l’organizzazione" dice Baldi, "In questo primo anno ci si è un po’ arrangiati, ma andando verso un modello ibrido - ossia un po' in presenza e un po' da remoto - la vera sfida è organizzare l'accesso del dipendente al lavoro".

Uno dei temi più discussi è quello dello stress: l'illusione che lavorare da casa eliminasse tensioni si è scontrata con una realtà ben diversa. A fronte della riduzione del tempo perso negli spostamenti, ad esempio, bisogna fare i conti con "lo stress generato da un modello di lavoro basato sul mix tra tempo privato e tempo per il lavoro e non si può pensare che questo sia in carico al dipendente" dice Baldi, "dobbiamo trovare dei modelli che aiutino ad avere un giusto compromesso".

Responsabilità che diventano anche pratiche, nel momento in cui, ad esempio, l'azienda deve mettere a disposizione del dipendente una tecnologia "la cui scelta non può essere demandata alla persona".

"C'è un problema legislativo" spiega Baldi, "perché la legge che regolamenta lo smart working non prevede un modello ibridi pesante come quello che si sta profilando. Prima della pandemia si trattava di una sorta di 'concessione' da parte del datore di lavoro, ora è un modello di lavoro e anche la legge va interpretata dando una flessibilità maggiore nella scelta del modo di lavorare".

I produttori di hardware hanno dovuto affrontare una domanda in crescita esponenziale, tra il 70 e il 100%, "che si è scontrata con il fatto che questa tecnologia non consente un raddoppio dei volumi in tempi così brevi".

La rivoluzione sul mercato delle apparecchiature c'è stata. Ad esempio il segmento dei computer portatili era considerato un mercato maturo da tantissimi anni e quello delle postazioni fisse addirittura in declino. "Nessuno era attrezzato e stiamo colmando il gap e credo che anche se oggi abbiamo una situazione decisamente migliore, ci portiamo dietro il problema di aver costruito in tempi brevi un sistema che ora presenta una serie di limitazioni sul fronte dell'efficienza".

Il primo fronte è quello della cybersecurtity. "La sensibilità individuale e aziendale è aumentata tantissimo. C’è un buon livello di consapevolezza generalizzato. Anche se si fa ancora un po' fatica perché questo poi si tramuti in azioni che rispondono alla conoscenza del problema. Ci sono logiche di costruzione del modello tecnologico dell’azienda che sono ovviamente lontane da quelle di una famiglia. Oggi possiamo dire si essere a metà del guado: c'è una consapevolezza adeguata, ma per trasformarla in azione efficace ci vuole tempo".

Baldi non si sbilancia sul tema della qualità del lavoro in smart working rispetto a quello in presenza. "Nel breve periodo la qualità si accompagnava alla quantità perché il dipendente da remoto ci si concentrava di più. Ma il fatto che lo smart working sia così massivo e per un periodo così lungo dà la sensazione che si perdano per strada delle opportunità di condivisone con un certo impatto sulla creatività. Migliora sui lavori di routine, ma se si deve essere creativi si tende a perdere qualcosa perché manca l’interazione. Per questo" conclude, "il modello ibrido è indispensabile".

La qualità delle apparecchiature - che devono essere sempre più complete e collegate a funzioni software - è un tema: parliamo di sicurezza, di intelligenza artificiale per sviluppare software di connettività da remoto e di lavoro tra gruppi. Infine una considerazione sulla didattica a distanza che, dice il manager di Lenovo, "ha acuito il digital divide ed è stata un’area in cui è stato chiesto alle persone di risolversi i problemi da sole.

"Ci sono stati pregevoli ternativi di aiutare le famiglie, ma sicuramente si poteva fare meglio. Oggi ancora troppi ragazzi fanno dad con uno smartphone e questo è inaccettabile per un Paese che punta ad avere successo sui mercati interazionali. È un’area in cui bisogna fare tantissimo. Dobbiamo farci trovare pronti a settembre per avere parità di condizioni anche se non sappiamo ancora quanta didattica a distanza si farà. Il programma dei 500 euro dati dal governo era una buona idea ma non è mai decollata perché è troppo complicato, il meccanismo è farraginoso ed è poco comunicato. I device ci sono, i magazzini sono pieni, ma le richieste che arrivano sono troppo poche e rimangono in coda per troppo tempo. Serve un intervento normativo per snellire le procedure. È assurdo vivere in un Paese in cui si possono guardare senza problemi le serie tv con quasi qualunque tipo di connessione e non si possa invece fare didattica".

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