Quegli emigrati italiani
finiti in schiavitù

di corriere canadese del 14 September 2022

JESOLO (Venezia) - Il sogno della proprietà della terra (impossibile da realizzare a quel tempo in Italia) animò nei primissimi Anni '50 venticinque famiglie ascolane che comprarono - attraverso un’agenzia privata accreditata dallo Stato Italiano - appezzamenti di terreno nello Stato di Bahia.

Tutto si rivelerà un bluff: vivranno per mesi in regime di semischiavitù nelle fazendas di caffé e canna da zucchero nello Stato di Paranà e San Paolo del Brasile ‘coperti dalla testa ai piedi’ (perché la canna taglia), con la faccia nera come quella dei carbonari (perché occorre bruciarla prima di tagliarla), dubitando fin da subito di essere nell’America che in Italia tutti sognavano ma di aver raggiunto ‘quella sbagliata’.
Questa storia è al centro del saggio Fazenda, cafè, cana-de-açúcar, vinha e uvas: marchigiani in Brasile' attraverso cui la giornalista pesarese Paola Cecchini si è aggiudicata il secondo posto al Premio Letterario Nazionale 'Dispatriati' per le opere inedite di emigrazione (Jesolo, 7 settembre 2022).

Il Premio - vinto da 'Rolando e…' di Ennio Pouchard che racconta la propria storia di istriano di Pola) - è stato organizzato dalla Fondazione Italo-Americana Filitalia International (che ha sede a Filadelfia) e dalla Casa editrice veneziana 'Mazzanti Libri-MePublisher', unitamente a UNAIE (che raggruppa le associazioni di italiani nel mondo).

La premiazione è avvenuta nell’ambito della III edizione del Festival della Letteratura di Viaggio ‘Sì Viaggiare’, organizzato dal Comune di Jesolo e dalla Regione Veneto: una serie di racconti a dir poco impressionanti (come la traversata dell’America meridionale in Vespa) che hanno coinvolto ed impressionato il pubblico. D’altronde, la traversata del continente sudamericano in moto deve avere un fascino speciale: coinvolse anche il Che Guevara, al tempo studente di medicina, che - da viaggiatore intrepido ed instancabile qual era – intraprese con un amico nel 1952 un viaggio di 8000 km su una sgangherata motocicletta Norton 500 M18 soprannominata "La Poderosa" (che alla fine li lascerà a piedi) venendo inevitabilmente a contatto con i tanti problemi della popolazione locale (da quelli igienico-sanitari a quelli più prettamente economici e sociali) che cambieranno radicalmente la loro coscienza personale e politica. Ovviamente anche lui  riportò le proprie impressioni ed emozioni in un libro autobiografico, Notas de viaje: Diarios de Motocicleta).

Studiosa appassionata di migrazioni, la Cecchini ha vinto - qualche giorno addietro - il Premio Letterario Internazionale 'G.Rohlfs – F.Mosino – A.Karanastasis' (patrocinato dal Comune di Bova, dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria, dall’Ente Parco Nazionale d’Aspromonte, dall’Ambasciata della Repubblica Ellenica e della Repubblica Federale di Germania a Roma, dalla Camera di Commercio Italo-Ellenica di Atene) nella sezione 'Il lavoro italiano in emigrazione' con il saggio 'Pampa gringa, ferrocaril, pescadores y artistas: il grandioso lavoro degli italiani in Argentina'.

Ecco quanto scriveva al riguardo Luigi Einaudi (giovane economista e futuro presidente della Repubblica Italiana) nel suo libro ‘Un principe mercante’ già nel 1900: "Figli d’Italia sono stati coloro che hanno creato il porto di Buenos Aires, che hanno colonizzato intere province vaste come la Francia e l’Italia; sono per nove decimi italiani quei coloni che hanno dissodato la immensa provincia di Santa Fe donde ora si diparte il grano che inonda i mercati europei; sono italiani coloro che hanno intrepidamente iniziato la coltura della vite sui colli della provincia di Mendoza; sono italiani moltissimi fra gli industriali argentini ed italiani i costruttori e gli architetti dell’America del Sud…".

Agli italiani spetta il merito di aver realizzato il decollo industriale del Paese: avviarono e mantennero nel tempo il controllo dell’industria manufatturiera, settore lasciato libero dal capitale inglese e nordamericano che preferì l’agro-esportatore.

Un lavoro grandioso, troppo spesso dimenticato.

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