Peste e rivoluzione

di James Hansen del 14 June 2022

Siamo, almeno sembra, appena sopravvissuti al passaggio di una “peste”, o meglio, di una pandemia: seppure non causata dalla ‘classica’ Yersinia pestis. Paragonata a eventi come la Peste di Giustiniano del VI secolo, la Peste nera europea del XIV secolo o anche l’Influenza spagnola del primo XX secolo, l’incidenza di mortalità dovuta al COVID-19 non parrebbe essere sulla stessa scala.

Oltre alla letalità, un’altra caratteristica lega questi accadimenti: la scarsità di dati attendibili sul numero delle vittime, una misura molto imperfetta dell’impatto sulla società.

Per la Peste di Giustiniano, la stima comune è di 50 milioni—ma è basata su un paio di balle raccontate da Procopio di Cesarea, lo storico meno affidabile di tutta l’antichità.

I decessi causati dalla Peste nera sono ancora più incerti. Gli studiosi fissano l'incidenza della sua mortalità tra il 30% e il 65% della popolazione europea, pur non avendo un’idea molto precisa di quanto fosse numerosa all’epoca. Duecento milioni di decessi è il dato più spesso citato, ma il numero non ha una reale consistenza.

E la “Spagnola” del 1918-1920? Ebbene, qualcosa tra i 20 e i 100 milioni di morti, forse… Per quanto riguarda la nostra pandemia COVID, secondo gli americani della Johns Hopkins University, i decessi globali sarebbero ad ora poco più di 6,3 milioni, mentre The Economist li stima tra i 15 e i 25 milioni.

Le pandemie sono eventi tremendi, choc ‘sistemici’ che possono portare ad avvenimenti epocali. È un comune assunto storico—seppure una spettacolare semplificazione—che la Peste nera europea avrebbe portato alla caduta del feudalesimo e dunque, indirettamente, alla Rivoluzione Industriale.

Non c’è—probabilmente—da aspettarsi altrettanto dalla pandemia COVID-19, ma è chiaro che il mondo ne uscirà cambiato, anche se non sappiamo né quanto né come. E non necessariamente in peggio: uno storico dell’Università di East Anglia, Mark Bailey, attribuisce per esempio proprio alla Peste nera il merito dell’invenzione di una caratteristica istituzione inglese, il pub.

Si calcola che quando quella pandemia raggiunse l’Inghilterra dopo il 1348, le sue successive ondate avrebbero ucciso il 50% della popolazione rurale, creando una forte scarsità di manodopera. Per i sopravvissuti l’effetto fu di permettergli di ottenere un notevole miglioramento del tenore di vita, con un reddito maggiore e più tempo libero. Così, Bailey spiega: “Bevvero più birra, e di qualità migliore”. Altri storici attribuiscono alla peste un allentamento del controllo della Chiesa sulla società medievale.

La sua gerarchia territoriale ne era uscita a pezzi e, secondo le cronache, spesso i sostituti mandati a rimpolpare i ranghi del clero non erano all’altezza dei loro predecessori. Siccome il passaggio della peste coincise con la “Cattività avignonese”—il trasferimento del papato in Francia dal 1309 al 1377—la confusione era grande e il prestigio della Chiesa ne uscì danneggiato: appena in tempo per lo “Scisma d’Occidente”, lo scontro fra papi e antipapi che lacerò l’Europa fino al 1418.

Il giudizio che si può avere oggi di questi avvenimenti—la migliorata qualità della birra inglese e l’indebolimento della Chiesa—è variabile, ma sono indicazioni di come le pandemie possano avere effetti duraturi. Ora c’è solo da chiedersi: Come andrà a finire questa volta?

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