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Case di cura, una impreparazione inaccettabile  

Case di cura, una impreparazione inaccettabile  

Case di cura, una impreparazione inaccettabile  

TORONTO – L’Ontario sembra essere nella seconda ondata di Covid- 19. Nelle ultime settimane, il numero di nuove infezioni tra gli anziani è in aumento. Questo ha suscitato una crescente preoccupazione per i nostri anziani che vivono in case di cura a lungodegenza (LTCH).

Nell’ultimo mese, le nuove infezioni fra gente di età superiore ai sessant’anni sono più che triplicate. I dati del Public Health Ontario, il 10 ottobre, segnalavano altri 101 casi, rispetto ai trenta casi registrati il 13 settembre.

Si tratta di una tendenza preoccupante, considerando il tragico tributo umano che il virus ha già preso tra la popolazione anziana, ed – in primo luogo – tra i residenti delle LTCH. Sono spesso i più vulnerabili a causa delle loro complesse condizioni mediche.

Dall’inizio della pandemia, le vittime nelle LTCH rappresentano il 65% di tutti i decessi di Covid-19 in Ontario.

Comunque, è in corso una inchiesta indetta dal Ministero responsabile per la Cura a Lunga Degenza nel contesto del Covid-19.

Le trascrizioni di una riunione tenutasi il 30 settembre e recentemente rese disponibili al pubblico, forniscono le testimonianze dei medici dell’organizzazione Ontario Long-Term Care Clinicians (OLTCC) suggerendo che le LTCH non erano preparate durante la prima ondata dell’epidemia di Covid-19.

Come è noto, nei giorni più difficili durante la crisi della salute pubblica – ossia quando la provincia è andata in “lockdown”, nel mese di marzo – è diventato quasi impossibile per le famiglie visitare i loro cari nelle LTCH.

Paradossalmente, in molti casi i membri della famiglia si comportavano come assistenti essenziali per i loro parenti ospitati in queste strutture. Considerando la carenza cronica di personale in tutto il settore, già prima della pandemia, i problemi sono stati esacerbati una volta che le strutture sono state colpite dal Covid-19.

Complicando il tutto, anche agli “infermieri” veniva negato l’accesso tempestivo ai loro pazienti. Quindi, molti residenti sono stati lasciati senza le cure adeguate ed il sostegno che meritavano.

Nella trascrizione della riunione di settembre, la dottoressa Rhonda Collins – parlando a nome del Consiglio Amministrativo dell’OLTCC – ha testimoniato, dicendo che “per aumentare la capacità nel settore delle cure croniche, di modo che potessero prepararsi per un aumento di pazienti, molte LTHC sono state dirette a tenere i loro residenti lontano dagli ospedali per non diminuire la loro capacità di curare pazienti che arrivavano in pronto soccorso.”

È stato inoltre rivelato che in alcune LTCH “gli amministratori delegati ed i direttori sanitari chiedevano ai medici di non fare delle visite sul posto per paura di diffondere il virus Covid-19, in particolare se lavoravano in altri siti”. Parte della questione sarebbe stata la mancanza di attrezzature di protezione personale.

Nonostante alcuni medici non abbiano fatto visite in alcune LTCH, Collins ha aggiunto che “molti medici si sono concordati con i colleghi per visitare di persona i pazienti dell’altro”. Il tutto per ridurre il traffico tra le diverse strutture.

L’inchiesta ha rivelato alcuni effetti positivi che sono stati scoperti durante la prima ondata. Il dottor Fred Mather, Presidente dell’OLTCC, ha voluto menzionare che uno è stato lo sviluppo di una buona cura virtuale, online. Un altro è stato il miglioramento del dialogo tra medici, ospedali e LTCH per evitare trasferimenti inappropriati al pronto soccorso.

Secondo i medici, parte del problema è che le LTCH non hanno accesso alle stesse risorse disponibili negli ospedali, come – ad esempio – l’accesso ai test diagnostici di emergenza o agli ultrasuoni.

Una migliore collaborazione tra LTCH, centri di cure croniche ed altri specialisti potrebbe aiutare a determinare la necessità di trasferire o meno un paziente in ospedale.

Ma, con una seconda ondata di Covid-19, la necessità di tamponare in maniera più veloce sia i residenti che il personale è essenziale, dicono i medici. In alcuni casi, i risultati dei test potrebbero richiedere fino a sei giorni o più. Questo è inaccettabile.

La scorsa settimana, un portavoce di Ontario Health ha detto che “attualmente, nell’arco dei sette giorni richiesti dalla procedura per i tamponi, solo nel 43,5% dei casi si producono risultati entro due giorni”.

Ciò è sufficiente per scoprire ed evitare lo scoppio di nuovi focolai in questa “seconda ondata”?