CorrCan Media Group

“Parliamo della salute mentale, serve una conversazione onesta”

“Parliamo della salute mentale, serve una conversazione onesta”

“Parliamo della salute mentale, serve una conversazione onesta”

Pubblichiamo una lettera di Elizabeth Atwell, un’ex insegnante canadese che si è trasferita negli Stati Uniti qualche anno fa per motivi di salute. In seguito ad una serie di eventi traumatici ha cambiato carriera. Ora ha deciso di condividere la sua esperienza inviando al Corriere Canadese una lettera che tratta – senza filtri, direttamente e con grande coraggio – di un grave problema molto spesso stigmatizzato e nascosto, quello della salute mentale e della depressione. È raggiungibile alla email: elizabeth@atwellfamily.net 

TORONTO – Ero sopraffatta, camminando nel mio giardino come un animale in gabbia. Perché non potevo fare quello che avevo fatto mille volte? Non avevo mai fallito in nulla in vita mia, ma ora ero io stessa un fallimento colossale. Come potevo essere così ingenua nel credere di poter passare dall’avere successo alle scuole medie a “insegnante dell’anno” al liceo? Cortisolo da ansia così alta stava pompando attraverso il mio sistema ogni giorno.

Ero stressata ed esausta; non dormivo; perdevo peso che non potevo permettermi di perdere, ed il mio cervello stava operando in modalità continua da “lotti o fuggi”.

Dopo quattro anni di stress cronico causato da una serie di eventi negativi (la lunga malattia quasi mortale di mio marito; seguita un mese dopo dalla morte improvvisa di mio padre; quindi sei mesi dopo dalla perdita di un lavoro che amavo; per poi non parlare di un calvario di sei mesi di terapia palliativa al fianco di mia madre che alla fine ha perso la sua battaglia contro il cancro al cervello), questa era la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Stavo letteralmente cadendo a pezzi.

Mio marito finalmente venne da me e disse: “Non puoi andare avanti così o morirai. Devi scegliere; capirlo e smettere”. Così, ho smesso perché in fondo sapevo che non potevo andare avanti, e sapevo che tutto questo non faceva per me.

Ma sono precipitata in una profonda depressione, tormentata dalla vergogna e dal senso di colpa e dalla convinzione di essere una fallita. Così buio e profondo era il mio ambiente che a malapena uscivo da casa. Quando l’ho fatto, raramente ero da sola.

Ricordo di aver pensato che ci doveva essere uno scopo per questa oscurità. Mi ci sono voluti tredici mesi per tornare a me stessa, una me più forte, più saggia e più compassionevole. E ho trovato uno degli scopi più significativi della mia depressione quando mio figlio telefono’ al 911, autodenunciandosi perché aveva paura che lui potesse porre fine alla sua stessa vita. Eravamo fuori città per accompagnare la mia terza figlia al suo primo anno di università e mi ci sono volute dodici ore per ritornare da lui.

Ora anche lui viveva la sua battaglia contro la depressione e l’ansia da superare. Non solo sono stata in grado di “farcela” e dargli l’empatia e la sicurezza di cui aveva bisogno, ma sono stata anche in grado di condividere le strategie, gli strumenti e la mentalità per aiutarlo a superare le sfide.

Credo che dobbiamo parlare di salute mentale e di togliere quello stigma che accompagna i suoi problemi. Abbiamo bisogno di conversazioni aperte e oneste; non solo per insegnare in un modo che le persone possano comprendere la sofferenza, i suoi sintomi, le cause, ma anche in modo che si possano avere conversazioni sulla guarigione e fare ciò che è efficace per aiutare il malato.

Invece di una frequente vergogna, senso di colpa ed isolamento, chi è depresso potrà aver accesso a un sostegno forte ed all’aiuto di cui ha bisogno. Invece di nascondere il segreto e cercare di farvi fronte da soli, si potrà mostrare che l’ammissione della malattia è segno di grande coraggio.

Credo che dobbiamo rendere le risorse facilmente disponibili. Credo che qualcuno depresso possa ottenere l’aiuto professionale di cui ha bisogno in modo da poter identificare gli strumenti, le strategie e la preparazione necessaria per gestire e superare la depressione, come ho fatto io.

Credo che i malati abbiano bisogno del nostro pieno e compassionevole sostegno, sicuri e liberi dalla paura del giudizio. Credo anche che i genitori e le persone care possiedano gli strumenti di cui hanno bisogno per far fronte alla situazione in modo sano.

Credo che chiunque soffra anche di stress, in questi tempi, abbia bisogno di questi meccanismi di elaborazione del dolore in modo che la loro salute mentale rimanga forte.

Tutti noi traiamo beneficio da chi non ci giudica, nelle terapie personali o di gruppo. Abbiamo l’obbligo di condividere le nostre esperienze, di contribuire a porre fine al dolore e sostituirlo con sane strategie di consapevolezza.

Sapevo che Declan, mio figlio, stava bene quando si alzò di fronte a 4.000 studenti e docenti della sua scuola e disse: “Non so se lo ricorda, ma mia madre diceva: ‘Lo scopriremo insieme’. Le sue parole mi dissero che non ero solo e che c’era un modo per migliorare”.

Non siete mai soli.