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Vestire bene ci distingue, ma non basta

Vestire bene ci distingue, ma non basta

Vestire bene ci distingue, ma non basta
TORONTO – C’è chi sostiene che l’abbigliamento è un biglietto da visita, che deve essere personalizzato, perché parla di noi. 
 
Un vecchio adagio sosteneva: “Vesti un palo, che pure bello pare”, sempre che ci si vesta nel modo giusto e adatto anche alla nostra figura oltre che alla nostra personalità. 
Per me non dovremmo seguire troppo alla lettera i dettami della moda, ma piuttosto  sentirci a nostro agio con ciò che indossiamo. 
Tanto meno mettere qualcosa solo perché firmato con un nome prestigioso, a costo anche di fare debiti finanziari! 
Secondo il filosofo francese Abel Dufresne: "La persona insignificante segue la moda, la presuntuosa la esagera, e quella di buon gusto scende a patti con essa". In sostanza, anche senza firme possiamo fare una bella figura. Non me ne vogliano le famose case e i grandi designers.
Consideriamo un accessorio che è da sempre croce e delizia dei signori uomini: la cravatta. Strumento utile o elemento indispensabile? 
Già gli antichi legionari romani indossavano una striscia di stoffa che durante le marce avrebbe dovuto facilitare la respirazione, ma l’origine dell’attuale ornamento secondo l’Accademia Cravatica, risalgono alla Guerra dei trent’anni (1618-1648) da quando i mercenari croati di Luigi XIV sfilarono per Parigi con i loro foulard annodati al collo, subito adottati dal re e dalla corte con il nome di   «sciarpa croatta», poi sintetizzato in «cravate». 
Quando questo accessorio costituiva parte della divisa croata,  possedeva anche una valenza romantica, in quanto testimonianza del legame affettivo verso fidanzate, mogli o amanti dei soldati che partivano per la guerra.  Nel 1924, lo statunitense Jesse Langsdorf mette a punto la giusta soluzione, tagliando il tessuto ad un angolo di 45 gradi rispetto al drittofilo ed utilizzando tre strisce di seta da cucire in seguito. 
Dopo averla brevettata, conquista subito il successo in tutto il mondo … fino ai giorni nostri. 
Negli anni ’30 era difficile trovare qualcuno che non la indossasse,  oggi è forse il contrario. 
Una particolare curiosità riguarda il mondo della letteratura: Oscar Wilde, scrive nella sua opera “L’importanza di chiamarsi Ernesto” la frase storica e densa di significato: «Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita». 
Insomma, la cravatta non rappresenta solo un vezzo estetico ma esprime una valenza culturale ed educativa di un individuo. 
 Ultimamente però sembra che questo ornamento maschile per eccellenza stia finendo nel dimenticatoio per cedere il posto  al foulard, al papillon e nei mesi meno caldi alla sciarpa. Nessuno stilista investe più sulla cravatta,  per distinguersi in eleganza e originalità gli accessori da indossare sono, come detto, altri. 
Secondo me invece è un fattore psicologico: qualcuno pensa che con la cravatta si sia più distinti, a volte può essere vero,  ma il colpo d’occhio dura poco, se poi il corredo linguistico e l’atteggiamento personale non ne sono all’altezza. 
Sono sicura che non si rimane nella memoria di chi si incontra perché si indossa quell’optional a volte opportunistico. 
In alcune occasioni, certo, è importante, in altre necessaria, in poche è obbligatoria, può anche riflettere una certa forma di rispetto, ma poi, alla fine, l’eleganza sta nei modi, nel linguaggio, nel saper distinguere le circostanze e il contesto appropriato. Come accessorio rimane una scelta. 
Sapevate che un senatore italiano non può entrare in Senato senza cravatta? Ma mi vien da pensare: se ha dei carichi pendenti? È irrilevante, purché sia impeccabilmente elegante. 
E le gaffes -per usare un eufemismo- del presidente Trump? Non si cancellano facilmente mettendo a fuoco le sue cravatte spesso patriotticamente rosse su un vestito blu e camicia bianca.  
Infine, ben venga la cravatta, ma non da sola, perché il proverbio ci insegna: “Non è l’abito che fa il monaco!”
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