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Una tazzina di caffè da nababbi

Una tazzina di caffè da nababbi

TORONTO – “A tazzulella ‘e cafè”… la chiama senz’altro spassionatamente il collega Sparano, e l’ha chiamata così nel titolo di una sua canzone il compianto Pino Daniele. Una donna difficile da conquistare è stata paragonata ad una “tazze ‘e cafè” amara sopra ma con il dolce dello zucchero sul fondo, in un altro classico della musica napoletana e come non citare la deliziosissima usanza del “caffè sospeso”, anche questa di sapore tutto partenopeo. 
Un’invenzione che agevolava chi un caffè al bar non poteva permetterselo, se non per la generosità di qualcuno più agiato che a sua volta ne consumava uno, ma ne pagava due, proprio per far omaggio al povero avventore di turno, che entrando in un bar napoletano chiedeva se ci fosse un “caffè sospeso”.
Nelle nostre case poi, ogni occasione è buona per invitare a consumare insieme una tazzina di questa bevanda esotica profumata da un’aroma inconfondibile. 
A fine pasto è anche consigliata, pare aumenti la produzione di acido gastrico e favorisca quindi la digestione. 
Attenzione però a non pretendere troppo. Secondo una recente agenzia infatti sembra che negli Stati Uniti presto potrebbe diventare un lusso riservato a pochi. Ma come? Proprio dal nord America dove per caffè si intende una lunga, sbiadita bibita consumata in grandi tazze, arricchita a volte di crema di latte o – in casi peggiori per gli amanti del caffè – dei cosidetti whiteners, veri e propri “sbiancanti”, liquidi o in polvere che altro non sono che additivi privi di lattosio, a volte aromatizzati alla vaniglia o alla nocciola.
Scusatemi se ai cultori dell’adorata tazzina di espresso ho fatto passare la voglia, almeno durante la lettura di queste righe!
La famigerata tazzina che potrebbe diventare d’oro dal valore proibitivo è l’ultima tendenza nell’abito della ristorazione. 
Negli Usa l’hanno chiamata la “cup of joe” e può arrivare all’esorbitante costo di ben cinquantacinque dollari. 
La torrefazione che prevede per novembre il battesimo di Esmeralda Geisha 601, -questo il nome della versione pregiata della bevanda- è la Klatch Coffee e il 601 uno fa riferimento al costo per oncia della materia prima proveniente dallo stato di Panama.
Sorprendente la descrizione di Don Holly, veterano del settore che definisce il risultato come “vedere in una tazza il volto di Dio”. 
Un po’ esagerato anche se il valore potrebbe essere di cinquantacinque dollari. Un dio sottocosto, senza cadere nella blasfemia.
Ma perché un prezzo a parer mio così sproporzionato? 
Secondo il proprietario della succitata casa di torrefazione, Mike Perry, chi assaporerà l’esosa tazzina avrà sensazioni che spazieranno “dalle bacche, al nocciolo di un frutto, alle note di gelsomino”, suggerendo di sorseggiare senza aggiungere zucchero o latte, come del resto è consigliato a tutti gli amanti del caffè.
Un prestigioso ristorante di New York sta già proponendo questo elisir al costo di ventiquattro dollari, con un’esperta “caffeologa” che prepara la tazzina direttamente al tavolo del consumatore, con un alambicco che sa più di laboratorio che di ristorante gourmet.
Si allunga la lista alla quale appartengono caviale, tartufo e aragoste. Non so se arriveremo anche noi, comuni mortali con una cedola esattoriale T4 ordinaria,  ad una tazzina di Esmeralda Geisha 601.
Ma continueremo a sorseggiare un buon caffè dal costo più accessibile, perché per noi sarà più semplice seguire la regola delle tre C: caldo, comodo e carico.
 
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