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Un fatto vero di amore e gelosia in un’opera lirica

Un fatto vero di amore e gelosia in un’opera lirica

TORONTO – La volta scorsa abbiamo accennato come l’opera Cavalleria Rusticana è sempre rappresentata insieme ad un altro atto unico, due lavori dove il tema dominante è la gelosia in amore e il finale in entrambi i casi è il più drammatico, con l’accoltellamento di una delle figure protagoniste.
In Pagliacci di Leoncavallo, a morire saranno entrambi gli amanti, prima lei e poi lui giunto in soccorso. La mano omicida quella del marito tradito.
Forse l’unico caso di melodramma ispirato ad un fatto realmente accaduto. Pare infatti che a testimoniare l’episodio cruento sia stato proprio il compositore Ruggiero Leoncavallo, su una piazza di Montalto Uffugo, in Calabria, dove egli aveva vissuto da bambino.
E fu proprio il suo tutore implicato nell’avvenimento, che poco prima di morire fece i nomi degli assassini, in seguito condannati dal padre del musicista che all’epoca era magistrato. Il piccolo Ruggiero testimoniò di aver visto un uomo, vestito da pagliaccio, uccidere il suo tutore con una pistola, dopo aver trovato tra i vestiti della moglie un biglietto di quest’ultimo.
Il suo triste ricordo servì più tardi anche per scagionarsi dall’accusa di plagio che gli rivolse il compositore francese Catulle Mendes, trovando l’opera del compositore italiano simile alla sua intitolata "La femme de Tabarin", ma Leoncavallo proclamò l’autenticità del suo lavoro raccontando proprio il fatto sanguinoso accaduto sotto i suoi occhi.
Anche Pagliacci quindi è una storia di tradimento, consumato all’interno di una compagnia di artisti di strada. A morire questa volta sarà la donna Nedda, contesa da due uomini, il marito Canio e l’amante Silvio, un contadino del luogo. Tonio, altro attore della compagnia, ama Nedda, ma perché respinto si vendica facendo la spia. 
Durante la rappresentazione, Canio deve impersonare proprio un marito tradito, ma la farsa si trasforma in tragedia perché egli coglie l’occasione per far sapere alla moglie di essere a conoscenza di tutto. 
Anche gli spettatori presto si accorgeranno che stanno assistendo non più ad uno spettacolo, ma alla messa in scena di una realtà tragica. 
Canio accecato dalla gelosia accoltella la moglie e poi anche l’amante che, presente tra il pubblico, era accorso per proteggerla dalla furia del marito ingannato.
Meno intensa di quella in Cavalleria Rusticana, anche qui la musica svolge un ruolo da protagonista con splendide pagine come:  la “Canzone di Arlecchino”, la quasi spensierata aria di Nedda “Qual fiamma avea nel guardo”, dove descrive insieme alla maestria dell’orchestra la vita libera degli uccelli, la popolarissima “Vesti la giubba”, dove Canio rivela il suo dramma e nonostante tutto deve prepararsi alla recita perché la gente ha pagato un biglietto e vuole divertirsi e “No, pagliaccio non son”, dove racconta la storia vissuta con la moglie, la disillusione di un amore tradito e la tragicità vissuta che si conclude, dopo il duplice omicidio con i versi e le ultime note strazianti: “La commedia è finita!”
Pagliacci fu rappresentata per la prima volta il 21 maggio 1892 a Milano, diretta da un giovane e ancora sconosciuto Arturo Toscanini, con grande successo.

 

Il compositore dell’opera era nato a Napoli, studiò al Conservatorio di San Pietro a Majella e successivamente a Bologna, dove fece incontri illustri come quelli con il musicista tedesco Richard Wagner e il poeta Giovanni Pascoli. Colpito dal Verismo ben rappresentato nell’opera Cavalleria Rusticana, decise di comporre Pagliacci, anticipando in qualche modo la sorte di questi due atti unici molto spesso presentati al pubblico della lirica in un unico spettacolo. Laureato in lettere, componeva anche i libretti delle sue opere, che però non ebbero altrettanto riscontro positivo come Pagliacci.
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